giorgio levi

Di Maio: basta con i contributi pubblici e con l’Ordine. I giornalisti rilanciano: abbiamo pronta la nostra riforma. Alla fine, chi vincerà ?

Quello in mezzo è il presidente del Consiglio Giuseppe Conte

Se fosse un gioco di strategia militare sarebbe molto divertente. Il campo di battaglia è ben dettagliato. Da una parte le truppe del generale Di Maio decise a fare polpette dell’odiatissima kasta dell’informazione. Dall’altra la suddetta sgarruppata casta che, per evitare di finire nelle fauci delle fameliche truppe grilline, si affretta ad arginare l’onda con una barriera difensiva, che farebbe sorridere, se non fosse che è l’ultima carta giocabile per la difesa del fortino dell’Ordine.

Chi vincerà alla fine? Secondo me le opzioni di strategia sono queste.

1. Di Maio ha sul tavolo, come lui stesso ha detto, il progetto di legge da portare in Parlamento che sancisca la cancellazione dell’Ordine dei giornalisti. Perciò il M5S ha tutte la carte pronte. E dopo il successo (fesso perché inutile) di eliminare i contributi pubblici per l’editoria a una manciata di cooperative, non parrebbe vero al vice primo ministro di giocarsi anche la seconda carta. E risolvere per sempre la fastidiosa pratica dell’esistenza dei giornalisti che fanno domande o parlano o scrivono. E’ solo propaganda da piazzare agli elettori, che se sei contro la casta sei figo, perciò ti voto. E  per Di Maio è sufficiente.

2. L’Ordine dei giornalisti ha presentato le sue linee guida di riforma. Sono sue, appunto. Queste dovranno compiere tutto l’iter parlamentare e quello delle commissioni, prima che diventino un progetto di legge vero e proprio. Il documento presentato dal presidente Verna è il frutto di una mediazione, dicono quelli che c’erano, sfinente, ostacolato dalle solite correnti e correntine interne. In certe parti è nebuolso e s’intuisce che non è il frutto di una larga condivisione. Ma c’è, e questo è un passo avanti.

3. Salvini, in questo campo di battaglia, è l’incognita. I giornalisti gli stanno simpatici come uno sputo in un occhio. Ma non è mai stato esplicito come il suo compagnuccio di governo Di Maio. Insomma, non ha mai detto aboliamo l’Ordine. E ha fatto buon gioco a cattiva sorte sui contributi pubblici all’editoria, sapendo che quel provvedimento farà scontenti i piccoli editori simpatizzanti della Lega, che ci campano con quel finanziamento. Salvini inoltre deve tenere conto di Berlusconi, che non saranno più culo e camicia, ma il segretario della Lega deve moltissimo all’ex cavaliere, per il passato e per il presente. E finché la famiglia Berlusconi è il maggiore editore di questo Paese, l’abolizione dell’Ordine, e il selvaggio far west che ne deriverebbe, produrrebbero una confusione nei rapporti di lavoro con i dipendenti tale da nuocere all’intero gruppo di Segrate. E’ pur vero che i Berlusconi stanno smantellando, o ci provano, l’intera area dei periodici di casa. E quindi non avere più in futuro alcun giornalista a Segrate. Ma qui è per ora fantapolitica. Perciò Salvini prima o poi dovrà dire a Di Maio se, su questa abolizione dell’Ordine, ha l’appoggio totale della Lega e quindi i voti in Parlamento.

4. Visto così il campo di battaglia è senza storia. Di Maio cala le sue truppe, si trascina dietro Salvini con i suoi barbari e les jeux sont faits. L’Ordine sparisce prima che gli sgarruppati giornalisti mettano piede in una commissione.

5. La sorpresa finale. Il governo cade tra qualche mese, prima delle elezioni di primavera, per merito del M5S, e per qualcuna delle sue innumerevoli cazzate di ogni giorno. Così, tutto torna come prima. L’Ordine ricostruisce il fortino, Di Maio salta sul suo destriero bianco e torna a vendere bibite allo stadio, Salvini dirotta qualche nave di migranti nel porto di Caracas, che più lontani sono e meglio è per tutti. Fanta, molto fanta.