giorgio levi

Un post assolutamente personale. E Paolo Conte è stato la mia ispirazione

La gloriosa redazione sportiva de La Stampa, Alessandria + Vercelli

Esattamente 10 anni fa a oggi vincevo la mia causa di lavoro con La Stampa. E partivo per la redazione di Vercelli, destinazione scelta dal giornale e contrattata all’interno della complessa macchina di questa causa giudiziaria, durata 9 mesi e dov’erano state limate anche le virgole. Per la verità non siamo arrivati nemmeno al processo, dopo tre udienze preliminari con la giudice del Tribunale del lavoro di Torino, gli avvocati di entrambe le parti si sono accordati.

Ho vinto grazie al lavoro straordinario dello studio legale a cui avevo affidato la mia causa (che aveva messo a disposizione per me uno staff di tre eccellenti avvocati) e grazie alla giudice che aveva perfettamente capito i termini della mia richiesta. Volevo lavorare, non accettavo somme di denaro per chiudere. E così è stato. In cambio dell’assunzione sono stati cancellati dal mio passato di giornalista alla Stampa ben 7 anni di lavoro (quasi continuativo) e l’anzianità maturata con 11 contratti a termine.

Via tutto, era un primo giorno. E non nella redazione di via Marenco, dove avevo quasi sempre lavorato in quegli anni, ma un posto lontano, faticoso per la distanza e molto oneroso sotto il personale profilo economico.  Tuttavia, avevo ragionato che il lavoro valesse qualsiasi sacrificio. E che il mio amore per quel giornale, che sognavo dall’età di 11 anni (leggere Volevo essere Jim Gannon, Effedì Editore), fosse più importante di sveglie all’alba, treni gelati o strade invernali con nebbie impenetrabili, zanzare fameliche d’estate, rientri a casa a passo d’uomo con gli occhi a punta di spillo, quando tutti gli altri dormono da ore sul divano con la televisione spenta.

Perché racconto ‘sta menata della causa? Prima di tutto perché è il decennale di quel giorno e poi perché questo è il mio diario e ci faccio quello che voglio. A chi non piace, o non è d’accordo con quello che scrivo, se ne faccia una ragione. O smetta di leggermi, non mi sentirò orfano.

E poi perché in tutti questi anni numerosi colleghi, anche di altri giornali, mi hanno chiesto consigli. Devo fare causa? Vincerò? E se poi perdo che cosa succede? Sono domande inutili, che nessuno si dovrebbe fare. Le battaglie sono battaglie, non passeggiate e metti in conto di perderle. Ma se vinci quello che provi ti resta per sempre.

E poi è come inseguire un sogno, mica ti domandi se puoi farcela o no. Paolo Conte scrive:

“E non sai più quello che sei
e non sai dove vai
non ti ricordi quel che vuoi
e pensi sempre e solo a lei,
che ti confonde e ti capisce,
donna dalle tua vita,
e qui derisce e là guarisce,
donna che vive la tua vita”.

E’ proprio così che ci si sente. Anche se t’innamori di un giornale.

Ho vinto, ma non a tutti è piaciuto. Alcuni colleghi, che tenevano e tengono il culo al caldo per meriti propri e spesso anche impropri, mi hanno tolto il saluto.  L’ambiente è quello, altri mi hanno festeggiato. Debbo moltissimo alla redazione della Stampa di Vercelli (guidata a quel tempo da quell’imbattibile cronista che era Enrico De Maria),  che mi ha accolto senza farmi domande, non come un profugo o un cazzone che ha usato la legge per lavorare.

Sono trascorsi 10 anni, e non ho mai dimenticato un solo minuto di quel giorno. Credevo di trovare a Vercelli il mio gulag. Invece non c’era Stalin, ma una casa, come quelle che piacciono a me.

Ps. Le foto sono della mia festa il giorno della pensione al circolo del tennis di Vercelli.