giorgio levi

E così ha lasciato la cadrega, a tre mesi dalle elezioni. Indimenticabile il giorno in cui Renzi gli disse: “Abolirei l’Ordine dei giornalisti domattina”

Sono centinaia, forse migliaia i messaggi su Facebook di partecipazione dolorosa alle dimissioni di Iacopino da presidente dell’Ordine. Sono i fan di Toc Toc Tribù, sbigottiti e increduli, affranti e impietriti, spaventati e delusi. Che sarà di noi giornalisti senza di Te (alcuni lo scrivono maiuscolo) amato presidente? Ricordi e nostalgie, comprensione e amicizia, saluti e commozione. Insomma, il treno dei supporter si è messo in moto subito.

Iacopino si è dimesso a pochi mesi dalle elezioni, in linea teorica a giugno o luglio, ora che il governo ha emanato il decreto attuativo sulla base delle riforma dell’Ordine. Perché? Ci sarà tempo e modo per giudicare il lavoro di Iacopino, con molte ombre e poche luci. Ma dotato di una eccellente propaganda di se stesso. In questa giornata di commozione condivisa sui social, vale la pena ricordare l’indimenticabile 29 dicembre del 2015 quando Matteo Renzi, presidente del Consiglio, alla conferenza stampa di fine anno gli disse: “Se fosse per me abolirei l’Ordine domattina”.

Renzi non c’è più, Iacopino non c’è più, noi siamo sempre qui (al quarto anno di un mandato che ne prevede tre). Con un ordine professionale inadeguato ai tempi, fino ad oggi sovradimensionato, con quasi 110 mila iscritti, più del doppio dei giornalisti che lavorano negli Stati Uniti. Il 70% dei quali non svolge questa professione, con più del 60% che rifiuta di seguire i corsi di aggiornamento, obbligatori per legge. E’ un Ordine questo? Quella specie di sputacchino di riforma lo rimetterà in piedi?

Aveva ragione Renzi il 29 dicembre del 2015.