giorgio levi

Dove va (o non va) l’informazione Rai prodotta nella sede di Torino. L’opinione di Battista Gardoncini

Leggo sul blog Oltre il Ponte di Battista Gardoncini questo articolo sulla situazione dell’informazione della TGR a Torino e volentieri pubblico.

C’era una volta in Piemonte una piccola redazione RAI. Nel 1980 fu rafforzata per mandare in onda il nuovo telegiornale regionale, e nel corso degli anni continuò a crescere, completando la sua informazione locale con altri appuntamenti televisivi e radiofonici, fornendo la copertura del territorio per tutte le testate RAI, e realizzando, unica in Italia, due settimanali nazionali, Ambiente Italia e Montagne, e il telegiornale scientifico Leonardo.  Il tutto con un organico di una sessantina di persone tra giornalisti operatori e impiegati, e con  i mezzi tecnici messi a disposizione dal  centro di produzione di Torino.

Negli ultimi anni, però, qualcosa è cambiato. Il centro di produzione sta cercando di sopravvivere alle ristrutturazioni aziendali. La redazione è stata ridimensionata. Secondo il sindacato mancano all’appello almeno otto giornalisti, mentre gli operatori che vanno in pensione non vengono sostituiti, e si fa un largo uso di appalti. Molto lavoro si concentra nelle fasce orarie del mattino a scapito dei tradizionali appuntamenti delle 14 e delle 19.30.  I telegiornali nazionali preferiscono mandare in Piemonte i loro inviati, e i contributi della redazione vengono sempre più spesso relegati su RAI News, dove si perdono nel flusso di notizie tipico dei canali all-news. Quanto alle rubriche,  prima è stata soppressa Montagne, poi è sparita dai palinsesti Ambiente Italia, rimpiazzata da cinque minuti in più concessi a Leonardo, che per l’occasione è stato ribattezzato il TG della scienza e dell’ambiente. Infine è nata una nuova rubrica nazionale, Petrarca, dedicata a temi culturali. Realizzata in economia e non in grado di competere con analoghi programmi di rete, ha ascolti bassi ed è facile immaginare che non avrà lunga vita. Ci sono difficoltà anche per i mezzi: è stato appena completato un piano di digitalizzazione atteso da anni, ma le tecnologie sono diverse rispetto a quelle in uso dai telegiornali nazionali, e assai più limitate. I disservizi sono all’ordine del giorno, e la burocratizzazione delle procedure non aiuta a risolverli.

In RAI le cose non accadono per caso. E poiché problemi simili si riscontrano anche nelle  altre regioni, è del tutto evidente che per i vertici aziendali l’informazione locale non sia una priorità , e che intendano prima o poi mettere mano a una riforma della  TGR, la Testata Giornalistica Regionale da cui dipendono tutte le redazioni.

Con oltre settecento giornalisti capillarmente diffusi sul territorio, coordinati da un direttore a Roma e guidati in ogni regione da un caporedattore, la TGR è la più numerosa testata giornalistica italiana e i suoi prodotti ottengono i migliori risultati di ascolto dell’intera RAI3.  Ma poiché sfugge al controllo della direzione di rete è considerata una presenza sgradita,  e non gode di grande considerazione nel resto dell’azienda. Fece scalpore a suo tempo l’attacco arrivato da un  volto noto della televisione pubblica come Milena Gabanelli, che parlò di telegiornali “dediti alla promozione turistica e territoriale, infarciti di sagre e di assessori che inaugurano mostre” e suggerì di ridimensionarli per ridurre gli sprechi. Qualche ragione poteva anche avercela, ma nessuna azienda privata avrebbe mai tollerato un attacco a freddo così violento da parte di una persona che all’epoca era sotto contratto, a meno che non lo avesse in qualche modo ispirato. E in effetti nei piani elaborati  dall’allora direttore generale Gubitosi era scritto nero su bianco che i costi aziendali della TGR non erano sostenibili.

I tempi cambiano, i dirigenti RAI anche. Quei piani non ebbero seguito. Anche sotto la gestione Campo Dall’Orto, però,  la TGR continua a essere vista più come un problema che come una opportunità. Prima di dimettersi perché i suoi progetti di riforma non sono piaciuti al consiglio d’amministrazione, il direttore per l’offerta editoriale Carlo Verdelli ha proposto un accorpamento tra la TGR e RAI News, ritenendo che l’unificazione avrebbe potuto dare una spinta importante in un settore dove il servizio pubblico radiotelevisivo è praticamente inesistente: il multimediale e la presenza sul web.

Il ragionamento di Verdelli era semplice. RAI News ha  ascolti minimali, come peraltro accade per tutti i canali all-news del mondo, visti dal grande pubblico soltanto in occasione di avvenimenti eccezionali.  Ha però dalla sua la struttura redazionale e le tecnologie per fornire notizie in modo tempestivo e continuo. La  TGR è in grado di fornire una copertura del territorio che non ha eguali in Italia, ma deve fare i conti con una cronica carenza di mezzi. Perché dunque non unificarle, utilizzando le redazioni regionali come agenzie in grado di alimentare il flusso multimediale di notizie di RAI News,  di cui nessuno ha voglia di occuparsi perché presuppone ore e ore di monotono lavoro al desk? In pratica, un progetto dove la parte del leone sarebbe toccata alla parte più debole, RAI News, che avrebbe incorporato quella più forte per organici e risultati, la TGR, aziendalmente meno protetta.

Verdelli non c’e’ più e il suo piano è stato accantonato. E’ probabile che Campo dall’Orto e il consiglio d’amministrazione nominati da Renzi, viste le attuali incertezze politiche, non siano in grado di prendere decisioni di vasta portata: le indiscrezioni fatte uscire ad arte in questi giorni dal direttore generale sulla possibile creazione di una nuova testata web affidata proprio alla Gabanelli sembrano più che altro una risposta al governo, che ha sollecitato la RAI a ridurre testate e canali. Questo però non significa che il problema non si riproponga in futuro.

L’esistenza della  TGR era giustificata in una RAI che considerava la valorizzazione del territorio, anche attraverso forme innovative di decentramento produttivo, una parte essenziale della sua missione di servizio pubblico. Lo è molto meno oggi. E’ triste dirlo, almeno per chi, come me, ha creduto nell’informazione locale, consapevole che i suoi risultati non fossero sempre all’altezza delle aspettative, e tuttavia orgoglioso di far parte del progetto. Ma l’epoca sembra definitivamente tramontata.

La RAI è diventata un attore tra i tanti in un mercato radiotelevisivo in rapidissima evoluzione, dove la televisione generalista cede il passo ai contenuti on demand, accessibili sullo schermo di casa, sui tablet e sui telefonini. La competizione è dura, e si gioca principalmente sul piano dei costi e dei ricavi. In un mondo dove da anni si cantano le lodi del libero mercato e delle privatizzazioni è rimasto poco spazio per chi difende la necessità di un forte servizio radiotelevisivo pubblico. Il declino della TGR è soltanto un aspetto di un problema più generale, che riguarda la natura della RAI e il suo ruolo nella nostra zoppicante democrazia.

Battista Gardoncini