giorgio levi

Il buco nero dell’Inpgi

(Marina Macelloni, presidente Inpgi)

E’ il tema più complicato dell’anno. Mi sono tenuto lontano, immaginando che prima o poi si accendesse una luce da qualche parte. Ma non è andata così. Sulla crisi dell’Inpgi la categoria si è fortemente divisa e nulla fa pensare che si possa trovare un linea comune per uscire da questo buco nero.

Raccontarla nei dettagli sarebbe una impresa titanica, provo a riassumere il campo di battaglia per sommi capi in un linguaggio che potrebbe capire anche uno come me.

Nel 2020 Inpgi ha chiuso il bilancio in perdita per il quinto anno consecutivo, con un segno negativo di 253 milioni, molto peggio degli anni precedenti. In questi casi la legge prevede che l’ente venga commissariato, ma un emendamento alla legge di bilancio del 2021 ha prorogato il termine per il commissariamento di 6 mesi. È la terza proroga dal 2019. In questi 6 mesi Inpgi dovrà studiare piani per il futuro per riportare i conti in ordine, impresa a cui non è mai riuscita sotto la presidenza di Marina Macelloni. Il problema è che l’Inpgi ha compiti impegnativi: deve innanzitutto pagare le pensioni con i soldi versati annualmente dai giornalisti iscritti, che però sono sempre meno e guadagnano meno di un tempo. E quindi versano contributi di minore entità. Dal 2012 al 2019 in Italia ci sono stati 2.509 contratti giornalistici in meno, sono aumentati di più i giornalisti che vanno in pensione rispetto di quelli che vengono assunti stabilmente. I prepensionamenti, a cui gli editori hanno fatto pesantemente ricorso per almeno 10 anni, hanno ulteriormente indebolito le casse dell’Istituto che ha dovuto far fronte ad una vastissima platea di pre-pensionati (nel 2010 erano sufficienti 58 anni), tutta gente che avrebbe potuto lavorare fino a 65-67 anni contribuendo ad irrobustire le casse della previdenza. Inpgi poi ha compiti anche nel welfare con contribuzioni a sostenere la disoccupazione e la maternità.

Le soluzioni finora pensate per risanare le casse appaiono del tutto insufficienti. I contributi di solidarietà, già sperimentati con insuccesso qualche anno fa, i tagli alle pensioni più alte e a quelle di reversibilità sono sufficienti a risparmiare qualche milione all’anno. In ogni caso sempre troppo poco per coprire quella montagna di debiti.

Ad oggi la proposta migliore per rientrare dal rosso sembra quella di far entrare in Inpgi i comunicatori, cioè lavoratori, soprattutto dell’amministrazione pubblica, che svolgono professioni non giornalistiche, ma che operano su un tereno simile. Insomma, non sono giornalisti ma gli assomigliano. In un primo tempo si era parlato di 30 mila comunicatori da far salire a bordo del Titanic. Poi si è capito che un numero esatto non c’è, perché non hanno un contratto di lavoro nazionale. Alla fine si sono dimezzati, molti hanno già fatto sapere, con questo comunicato, che non gradiscono la deportazione e che non intendono uscire dall’Inps per entrare in Inpgi. Come dargli torto? In ogni caso, con i conti più ottimistici porterebbero nel forziere circa 50 milioni di euro. Insufficienti.

Di fronte a questo sconsolante panorama la categoria si presenta divisa come non lo è mai stata in passato. Da una parte la maggioranza in Consiglio, strenui difensori dell’Istituto, anche a costo di tagli e privazioni. Dall’altra l’opposizione che chiede a gran voce il commissariamento e il trasloco di Inpgi dentro Inps, come già accadde il 1° gennaio del 2003 quando Inpdai (dirigenti d’azienda) confluì in Inps, senza troppo danni per l’entità delle pensioni.

Poi ci sono i particolaristi. Chi ha letto nelle parole di Conte, a fine anno, un invito a procedere sulla politica dei tagli per sostenere l’Istituto. Chi ha apprezzato Conte per ragioni opposte. Chi, come il presidente dell’Ordine Carlo Verna, ha scritto qui a Sergio Mattarella per chiedere che lo Stato si faccia da garante per Inpgi, forse dimenticandosi che non lo può fare. Lo Stato sostiene già Inpgi. Dal 2009 rimborsa, attraverso il Fondo straordinario per gli interventi di sostegno all’editoria, i costi dei prepensionamenti dei giornalisti, autorizzati dal ministero del Lavoro. A cui si sono aggiunti ora una serie di ristori sulle maggiori spese per gli ammortizzatori sociali.

Come andrà a finire nessuno può dirlo. La strada più probabile è il commissariamento, dopo il terzo rinvio per l’aggiustamento dei conti è molto difficile che l’Istituto non venga avviato su questa strada. Forse non sarà la più auspicabile, ma senz’altro la più inevitabile.

A meno che Marina Macelloni non abbia in serbo un mazzo di carte vincenti e provi a giocare l’ultima partita.

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