giorgio levi

Doccia fredda su Inpgi. I “comunicatori” non vogliono entrare: no alla “deportazione” contributiva

Sarà difficile trovare altre carte da giocare. Il buco in bilancio della previdenza dei giornalisti dovrebbe aggirarsi a fine anno intorno a 250 milioni di euro. In linea teorica il 31 gennaio scade l’ultimatum del governo che ha concesso 6 mesi fa ad Inpgi una proroga per consegnare un piano di risanamento dei conti dell’Istituto. Che nessuno, ad oggi sa, se esista. Il calendario dunque dice 31 dicembre, ma è probabile, causa pandemia e generale crisi economica, che il governo conceda altri 6 mesi. La prossima scadenza pertanto dovrebbe essere giungo 2021. Basterà?

La doccia fredda è arrivata l’altro giorno dai cosiddetti comunicatori, cioè tutti quei dipendenti di enti pubblici o privati che non sono di fatto giornalisti, ma che si occupano, in qualche modo, di comunicazione e che oggi hanno la previdenza Inps. L’ultimo appiglio per una crisi che parte da lontano e che si è aggravata in questi ultimi anni. Crisi dovuta in gran parte all’imponente calo delle contribuzioni per mancanza di assunzioni. A cui si sono aggiunti negli anni, anche loro in crescita, i costi del welfare. E tutto questo senza contare il peso che hanno avuto su Inpgi gli effetti economici negativi della pandemia che ha colpito fortemente anche la categoria dei giornalisti.

In un documento ReteCom (la rete che riunisce le associazioni più rappresentative dei Comunicatori e del Management delle imprese italiane) spiega perché non vogliono entrare in Inpgi. Lo dice al sottosegretario Andrea Martella, che aveva avanzato questa ipotesi per tentare di risanare le casse dell’Inpgi e al quale i comunicatori hanno chiesto un incontro.

ReteCom non può che ribadire una ferma opposizione, in uno con le forti preoccupazioni, più volte espresse e qui ribadite da un’intera categoria professionale, verso un provvedimento che, qualora malauguratamente posto in essere, produrrebbe ostacoli applicativi ed effetti negativi di varia natura

Impossibilità di rilevare il numero esatto di comunicatori a causa della mancanza di riconoscimento della maggior parte dei numerosissimi profili professionali rappresentati, le cui competenze e attività, di fatto, non sono assimilabili a quelle di natura giornalistica, quindi non riconducibili ad uno stesso regime previdenziale.

Effetti profondamente negativi in termini di orizzonte pensionistico sia per i nostri professionisti della comunicazione che per le gestioni dell’INPS che si vedrebbero sottrarre ulteriori risorse contributive da destinare ad una cassa previdenziale gestita peraltro in forma privata, sollevando in tal senso dubbi di legittimità costituzionale.

Appesantimento degli oneri amministrativi per le imprese, laddove molti comunicatori sono dipendenti di aziende che si troverebbero costrette a applicare due diversi livelli di contribuzione o, extrema ratio, a ricondurre il comunicatore sotto un differente profilo professionale, allo scopo di garantire continuità al rapporto contributivo-previdenziale pubblico gestito dall’Inps;

Rischi sulle pensioni future dei comunicatori, anche per l’impossibilità di verificare/gestire l’andamento della governance e della gestione dell’Istituto previdenziale dei giornalisti, in quanto appannaggio esclusivo, per Statuto, di giornalisti e editori.

Per queste ragioni ReteCom, contraria a qualsiasi operazione legislativa di natura puramente contabile che punterebbe a privilegiare una categoria a dispetto di un’altra, chiede ed esige di condividere con le istituzioni un Piano strategico congiunto e di lungo periodo per salvaguardare le pensioni, non solo dei comunicatori, ma anche quelle dei giornalisti”.

Credits

Agenzia Giornalistica Opinione

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