giorgio levi

Con John Elkann fuori dai giochi, Marco De Benedetti blinda La Stampa

La festa per i 150 anni de La Stampa il 10 febbraio 2017 all’Auditorium del Lingotto

Forse tutto sta in questo articolo uscito ieri sul Financial Times: John Elkann, Fiat’s dynastic survivalist. Il pezzo, che anticipa le possibili future mosse di Fca nelle alleanze internazionali, descrive John come il baluardo della dinastia Fiat. Il perfetto modello di un moderno industriale globale.

Dunque, alla fine le vere sfide di Elkann, scomparso Marchionne, si concentreranno ancora più che in passato sull’auto. E forse, se non è un addio poco ci manca, l’allontanamento da quel mondo editoriale che aveva ereditato dall’Avvocato. Eppure il 10 febbraio del 2017, alla festa dei  150 anni dalla nascita della Stampa, all’Auditorium del Lingotto, John sembrò convincente, quasi commovente nel rivendicare il diritto della Famiglia a tenere salde le redini del loro giornale. E proprio alla vigilia della cessione defintiva al Gruppo De Benedetti. Molti dissero vedrete che John, anche socio di minoranza, terrà lui personalmente le redini del giornale.

Così non è stato. La road map della cessione (che veniva definita a quel tempo ingresso nel Gruppo Espresso) è stata lunga e complessa. E mai spiegata nei dettagli, anche finanziari, e nemmeno è stato mai presentato un piano industriale. Nel luglio dello scorso anno, subito dopo la scomparsa di Marchionne, John Elkann appariva ancora l’editore che avrebbe voluto essere . Lui, il numero degli azionisti del britannico  e autorevolissimo Economist, l’uomo che portava, come il nonno, la famiglia in redazione alla Stampa per gli auguri di Natale, il giovane cultore del giornalismo europeo, l’azionista Gedi che raggranellava altre azioni del Gruppo e che non aveva mai nascosto il desiderio di tornare ad occuparsi di giornali, complici le voci, sempre smentite, di un abbandono del campo da parte di Marco De Benedetti.

Quell’immagine di John Elkann in meno di un anno si è sfilacciata, sempre più lontana dalla Stampa e dagli interessi del Gruppo Gedi e di Gedi News Network, del quale il quotidiano di via Lugaro è capofila. Dall’altra Marco De Benedetti ha alzato un muro, pare anche d’incomprensioni di varia natura, con Elkann e ha cominciato a smontare l’impero torinese degli Agnelli.

I recenti cambi al vertice del management ne sono il segno più evidente. L’uscita di Maurizio Scanavino (uomo di Elkann, ex numero uno di Itedi dirottato su Fca), la richiesta di John di avere più tempo per la nomina del numero uno di Gnn, la risposta di De Benedetti di assegnare subito la guida a Marco Moroni (manager di lungo corso del vecchio Gruppo Espresso, dove era entrato a metà degli anni Novanta, sperimentato tagliatore di costi e di teste) sono i segnali che La Stampa, in meno di un anno, ha abbandonato il vecchio porto torinese e che De Bendetti l’ha definitivamente blindata.

In tutto questo rientrano anche le voci, molto insistenti all’interno del giornale, delle imminenti dimissioni di Maurizio Molinari, che descrivono sempre più insofferente nel ruolo di direttore e sempre meno in sintonia con la proprietà romana. Corrono voci anche di possibili successori, ma è un esercizio inutile, fino a quando le carte rimarranno coperte.

Fuori Mario Calabresi, fuori Maurizio Molinari. I fidatissimi direttori di John Elkann. Con le copie della Stampa che si dice, ma non si dice, stiano scendendo sotto le 100 mila unità. Per De Benedetti c’è mica da scherzare.