giorgio levi

A che punto siamo con l’edizione di Torino del Corriere della Sera

Luciano Fontana, direttore de Il Corriere della Sera

Una volta, diciamo nel secolo del Novecento, l’autunno era la stagione dei grandi cambiamenti di lavoro. Nella quindicina di redazioni in cui ho lavorato, tra televisione e stampa, in almeno dieci sono entrato tra settembre e ottobre. Vuol dire che gli ultimi bagliori dell’estate erano propizi ad avviare progetti o a consolidare realtà che già c’erano. Qualcuno ci credeva, investiva,  scommetteva sulla bontà delle idee.

Poi non tutto andava, molto si perdeva, altro si disfaceva, ma alla fine rimaneva quel senso mentale benefico di far parte di un mondo che non ci avrebbe respinto mai. Un errore, perché i giornalisti erano pagati poco e male o spesso mai (come oggi), gli editori mostravano tutta la loro taccagneria (come oggi), la politica ci metteva del suo ad ostacolare lo sviluppo delle imprese editoriali (come oggi) e i giornalisti bussavano a mille porte (come oggi). La differenza era che ci credevamo, che le battaglie sindacali fossero la nostra arma vincente, che prima o poi “un posto salta fuori, perché i giornali assumono”.

Oggi facciamo i conticini della serva per capire pochissimo di quello che accade.  Così, il caso del Corriere della Sera, che sarebbe alla vigilia di un possibile sbarco a Torino, continua ad essere l’argomento principe.  Rispetto a quello che avevo scritto prima dell’estate non c’è molto di più. Una redazione composta da una ventina di redattori, la maggior parte dei quali dovrebbe arrivare da qualche sede distaccata, tipo Veneto, del Corriere. L’elenco degli esuberi, anche in via Solferino, è piuttosto robusto. E poi collaboratori, anche a Torino e nel resto della regione. L’inserto, del quale è già stato testato un numero zero, per pianificare la raccolta pubblicitaria, dovrebbe essere di 24 pagine di cronaca locale, tra Torino e le altre province del Piemonte. Ogni ipotesi sul nome del capo è priva di fondamento. Di più non si sa. Cairo ha detto che non c’è fretta. Aspettiamo.