giorgio levi

Incredibile ma vero. Gli Ordini di Abruzzo e Molise si ribellano all’accorpamento regionale, secondo quanto previsto dalla Riformetta

Uno potrebbe anche sorriderci. In fin dei conti, non è niente di diverso dalle solite cazzatine politiche italiane. Poi ci pensi bene e capisci che la struttura di quest’ Ordine professionale si fonda ormai sulle discussioni più futili dell’universo mondo. Annuncia la sua inesorabile fine, che forse non sarà domani, ma certo non è lontana. Anche per una riformetta come questa, approvata nel pacchetto della nuova legge sull’editoria, ci si scanna per cavilli o egoismi o molto più semplicemente per posticini di potere.

Nell’audizione di due giorni fa alla Commissione Affari Costituzionali del Senato, che avevo anticipato qui, gli Ordini di Abruzzo e Molise hanno detto di rifiutare di essere accorpati per quanto riguarda l’elezione dei consiglieri nazionali, secondo quanto previsto dalla nuova legge. Parliamo di Abruzzo e Molise, ovvero due rispettabilissime e fascinose regioni italiane con un numero minimo di giornalisti iscritti. Insieme fanno un quorum, divise fanno zero. Tant’è.

I rispettivi presidenti Pallotta e Lupo si sono spremuti per sostenere le rispettive autonomie regionali.  La nuova normativa, tra l’altro, riconosce anche la rappresentanza nel Consiglio nazionale delle minoranze linguistiche, un casino dal quale sarà difficilissimo districarsi, considerato che il numero massimo di consiglieri di tutte le regioni sarà sessanta (40 professionisti e 20 pubblicisti). E l’elenco delle minoranze in Italia è più lungo dei titoli di coda di Guerre Stellari.

Dunque, Antonio Lupo  (Molise): “E’ sacro il diritto alla rappresentanza delle minoranze linguistiche, ma il Molise non può essere punito in quanto minoranza sì, ma purtroppo di lingua italiana”. Stefano Pallotta (Abruzzo): “E’ necessaria una più equa redistribuzione della rappresentanza nazionale tra le regioni, garantendole tutte e scongiurando artificiosi o surrettizi accorpamenti”.