giorgio levi

Allora, la grande crisi dei giornali è finita. Per favore, adesso non tirate in ballo la deforestazione dell’Amazzonia

In questi giorni ho notato queste tre cose:

  1. L’euforico Urbano Cairo annuncia il ritorno all’utile nel 2016 di Rcs. Risultato positivo di 3,5 milioni, rispetto alle perdite per 175,7 milioni del 2015. Il rapporto sull’anno appena iniziato aggiunge: “Primi due mesi 2017 con un miglioramento di oltre 10 milioni dell’ebitda e trend positivo atteso anche per marzo. L’obiettivo del gruppo per il 2017 è a questo punto un ebitda a circa 140 milioni di euro con ebitda in crescita al 15%, un aumento del risultato netto e un net cash flow positivo e in miglioramento”. Fuori dai tecnicismi finanziari, il cielo di via Solferino appere sgombro di nubi.
  2. Il sentimentalone John Elkann annuncia Gedi ed è un fiorire di rose: “Sarà leader italiano nell’informazione, uno dei più grandi in Europa. Avrà ricavi complessivi di circa 700 milioni, una redditività tra le più alte del settore, non avrà debiti, una diffusione media aggregata (carta+digitale) di circa 740.000 copie al giorno, più di 5,8 milioni di lettori”. Che poi il presidente di Fca sia in Gedi un socio di minoranza non è, evidentemente, ciosì rilevante.
  3. La ben plastificata Marina Berlusconi fa sapere agli azionisti di Mondadori che gli utili nel 2016 triplicati: “Ricavi in crescita del 12,4% a 1,26 miliardi, e un margine lordo aggiustato dalle componenti straordinarie in aumento del 48% a 108,5 milioni. I debiti aumentano a 263 milioni, ma per colpa delle acquisizioni di realtà come Rcs Libri o Banzai Media, perché al netto di questo nel triennio la posizione finanziaria netta si è ridotta di 100 milioni grazie alla generazione di cassa”. Chiunque si fosse accollato Rcs Libri in un botto solo avrebbe pianto miseria per i prossimi dieci anni. Marina no. Anzi, pur imitando suo padre nella dialettica lo supera in ottimismo. Anzi, annuncia piani di sviluppo fino al 2019.

Al quadretto rosa si aggiungono dichiarazioni incrociate varie. John Elkann che elogia Cairo per la sua intraprendenza. Cairo che si spertica in complimenti con l’ad del Sole 24 Ore, che per ora è ancora fuori dalla pioggia benefica dell’anno: “Al Sole c’è da fare un gran lavoro ma hanno un bravo amministratore delegato. Ha qualità notevoli, ha fatto benissimo in Amplifon e può fare molto bene anche al Sole 24 Ore”. Insomma, se gli è andata bene con i sordi, tirerà fuori dalle macerie anche il giornale di Confindustria.

Ma guarda come cambia il vento. Un giorno sei lì che piangi miseria, che chiedi stati crisi, prepensionamenti, tagli i collaboratori, riduci le redazioni, maneggi le forbici come un machete e il giorno dopo, voilà, l’incantesimo si spezza e tutt’intorno il mondo si gonfia il petto di fiducia. Fino a ieri sembrava che la causa del buio fosse la rete che aveva spento la luce. E invece, scopriamo che camminiamo di nuovo in un prato di margherite.

Allora ragazzi, la crisi è finita no? Vuol dire che tutti noi della plebaglia ci aspettiamo progetti, iniziative e soprattutto assunzioni di massa, facciamo entrare i ragazzi, i co.co.co che fanno la fame in fila per un pezzo da 5 euro. Perché le imprese editoriali crescono se ci sono i giornalisti che ci lavorano dentro, altrimenti ciccia.

Lo dico con sollievo. Sono pronto anche a ricredermi sulla nefandezza delle concentrazioni editoriali. Mi aspetto che Urbano, John e Marina alle prossime assemblee ci elenchino i numeri dei nuovi assunti. Ma, per favore. Negli anni Ottanta, quando il treno dell’editoria correva e accumulava capitali, non sapendo che cosa dire ai giornalisti per non aumentare gli stipendi o assumere nuovi redattori, gli editori ci raccontavano di una crisi terribile dovuta al costo della carta, che a sua volta derivava dalla deforestazione dell’Amazzonia. Ecco, quella balla lì, e altre simili, sarebbe gradito non sentirle più.