giorgio levi

Giulio Anselmi: “La fusione tra La Stampa e La Repubblica dimostra che i giornali pesano sempre meno”. Perché la politica sta in silenzio

Ho avuto con Giulio Anselmi direttore della Stampa un rapporto, diciamo così, non facile. Uomo spigoloso e rigido nei suoi principi non voleva assumermi (ho raccontato questa vicenda nel mio Volevo essere Jim Gannon senza tacere nulla). Alla fine ho vinto io, ma non bene. E questo mi è sempre spiaciuto molto. E’ stato un peccato che sia andata così, perché questa intervista che ha rilasciato al Fatto Quotidiano qualche giorno fa, e riportata qui da Prima On Line, e che mi era sfuggita non so perché, dimostra una capacità di analisi sulla cessione della Stampa a Repubblica non comune. Dice esattamente, e senza troppi giri di parole, com’è nella sua natura, che cosa sta per accadere nel mondo del giornalismo italiano. E soprattutto perché il potere politico sta in silenzio. Ogni altra considerazione è del tutto superflua, le cose stanno così come le spiega Anselmi. E anche sull’Ordine dei giornalisti ha considerazioni che condivido in pieno. Buona lettura.

Da Prima On Line

“La concentrazione tra Stampa e Repubblica è l’ennesima dimostrazione che i giornali stanno diventando irrilevanti. Non usa troppi giri di parole per descrivere la situazione dell’editoria italiana Giulio Anselmi, ora presidente Ansa, con un passato diviso tra Stampa, Secolo XIX, Corriere, Messaggero, e una parentesi alla presidenza della Fieg, tra il 2012 e il 2014.

All’indomani alle nozze tra Itedi e Gruppo Espresso, davanti alle smentite di ipotesi di fusione anche tra Sole 24 Ore e Corriere della Sera, in una lunga intervista pubblicata oggi sul ‘Fatto Quotidiano’ Anselmi dice: “Se due quotidiani come Repubblica e Stampa – anche se speriamo che l’impegno di mantenere le due testate autonome venga onorato – finiscono nello stesso gruppo vuol dire che i giornali pesano meno”. Dal suo punto di vista si definisce sorpreso, più che per il silenzio dei politici, per i quali “si sa, meno giornali si hanno di fronte meglio è” vista la loro preferenza per “il rapporto diretto, senza intermediazioni” tra social network e “la televisione dove raramente vengono contraddetti”, per l’indifferenza del “mondo dei giornalisti” e “dell’opinione pubblica”. Un silenzio che lui stesso mette in collegamento con il fatto che “i giornali sono stati lungamente subalterni”. “L’informazione non è considerata un bene comune, ma uno strumento di potere”.

Anselmi parla di pochi giornalisti in grado di contestare con dati e numeri affermazioni errate da parte di politici, a meno che non si tratti di personaggi “caduti in disgrazia”. “C’è un elemento di incultura nell’informazione: spesso il giornalista non sa di cosa parla e procede superficialmente”, dice, sottolineando però anche “un problema di scarso coraggio”. “Bisogna avere voglia di sopportare le rogne”, aggiunge, “ma bisogna anche dire che non sono molti i direttori e gli editori disposti a difendere i colleghi”.

“Il nostro establishment è sempre, storicamente, stato bisognoso dell’appoggio del governo”, dice Anselmi, raccontando anche la sua esperienza alla guida della Federazione degli editori. “Nella mia esperienza di presidente della Federazione degli editori non ho fatto altro che andare in giro con il piattino. In un sistema che dipende per cultura dal potere pubblico, tenuto conto dell’accrescersi del bisogno di aiuti dopo la grande crisi economica (che malgrado gli annunci ottimistici di Renzi è tutt’altro che alle spalle) ovviamente i giornali si conformano. Consideriamo anche in Italia i maggiori quotidiani sono di proprietà di persone che, indossando altri abiti, hanno bisogno del governo”.

Oltre al potere politico anche quello delle banche: “Quante sono le banche che hanno – in maniera diretta o indiretta – le mani sull’informazione?”, si chiede. “Presidenti e amministratori delegati delle grandi aziende editoriali negli ultimi decenni avevano ed hanno a che fare con le banche maggiori”.

Infine un riferimento all’Ordine dei Giornalisti. Parlando dell’attenzione degli editori verso i lettori Anselmi porta l’esempio di Carlo Caracciolo del quale dice: “Nutriva una sincera passione per l’editoria”, ricordando il suo interesse per la qualità dell’informazione. “Sento ancora parlare gli editori di “qualità”. Ma spesso, interrogandoli più approfonditamente, mi sento dire che i loro giornali sono fatti e scritti da giornalisti iscritti all’Ordine. E quindi sono ‘certificati’. Ma se bastasse quello, al di là del fatto che da anni sostengo la necessità di abolire l’Ordine dei giornalisti, allora saremmo tutti al sicuro”.