giorgio levi

Milano è una città del tutto priva di fantasia. Ma sa sempre come coglierci con le mutande calate sulle ginocchia

 

Una delegazione dell’Aie visita l’area di Expo Fiera dove si svolgerà la Fiera del Libro

Lo so, mi occupo di faccende del giornalismo e non del casino del Salone del Libro, che pure mi ha provocato uno strugliamento di nervi gigante.  Sulla cessione della Stampa a Repubblica è calata in questi giorni una cortina di nebbia impenetrabile. Proprio qui, pochi giorni fa, ho scritto che l’ad del Gruppo Espresso Monica Mondardini ha detto che La Stampa diventerà un quotidiano interregionale. Secondo me è una notiziona, anche se ormai tutti l’avevamo capito da tempo. Ma non c’erano dichiarazioni ufficiali, ora una c’è. E non l’ha detto il mio amico barista di corso Tassoni, è uscito dalla bocca dell’amministratore delegato del gruppo che si è inglobato il terzo quotidiano d’Italia. E so anche che la stessa signora ha mostrato un certo fastidio quando qualcuno ha avanzato l’ipotesi che questa sia una manovra (alquanto arzigogolata, per la verità) di John Elkann per diventare un giorno il proprietario di tutta la macchina. Eppure qui sono in molti a pensarlo, a labbra serrate, occhiate, sorrisini. L’ho sentito da nostri autorevoli (ehm) colleghi. E non sono certamente l’unico a saperlo. Ma qualcuno lo ha letto da qualche parte? Ci sono prese di posizioni? Il mondo politico si è interrogato?

Tutto questo per dire che quel bordello del Salone del Libro naufragato alla vigilia del trentesimo compleanno è un altro tassello di questa ignavia generale. In fondo i libri sono un parenti stretti dei giornali, la cultura dell’informazione viaggia su molte strade. Ho vissuto quasi 10 anni a Milano e non in una pizzeria del Gratosoglio. Milano è una città totalmente priva di fantasia (rubacchia idee qua e là, come per il Salone del Libro), ha una forte propensione agli affari, imprenditori che rischiano anche quello che non hanno e per un sacco di tempo (i favolosi anni Ottanta della Milano da bere e di Bettino Craxi) si è costruita un terreno forte e solido ed è cresciuta rapidamente con la consapevolezza che avrebbe avuto un secondo boom economico, dopo quello del primo dopo guerra. E così è stato.

L’intreccio tra politica milanese e potere economico e finanziario è una faccenda un po’ lunghetta e questo è un post, non un saggio storico. Che forse prima o poi andrebbe scritta. Sta di fatto che l’ultimo capitolo di questa rincorsa al dominio è l’avere ottenuto l’Expo 2015 a Rho. Io non so se sia stato un successo, dicono di sì, ma non ho conoscenza di numeri dettagliati. Quello che so è che oggi quell’area fieristica è in gravissima crisi. La Rai, che si diceva interessata, non ci andrà e il Politecnico di Milano ha già detto che resta dov’è. Cioè in città, non a mezz’ora di metro in aperta campagna. I grandi progetti dell’innovazione (il più inutile termine che sia mai stato coniugato nella nostra lingua) non sono mai partiti. Dai finestrini del treno l’ex Expo sembra uno di quei villaggi dove a Cinecittà giravano i western all’italiana con Giuliano Gemma.

E dunque la potente macchina del business e della politica si è messa in moto per riempire il saloon con qualcosa che, nelle loro teste, frenasse la caduta. E che cosa c’era di meglio che infilzare i parenti poveri di Torino? E così è andata. Ci siamo di nuovo fatti cogliere con le mutande calate sulle ginocchia, che non è mai una posizione onorevole se il vicino ti dichiara guerra. Torino ha perso e non c’è altro da dire. Prima che ci riabbottoniamo le braghe loro avranno completato l’opera.

Un mio amico milanese che sa cose mi ha detto che adesso nel mirino c’è già seriamente il Salone del Gusto. In fondo l’Expo che cosa è stato? Una Fiera dei Vini in grande. Ma il Salone del Gusto da rubare mi sembra molto più eccitante. L’anno prossimo.

 

 

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