giorgio levi

All’inaugurazione del Salone del Libro di 29 anni fa c’era chi diceva: ma non è che poi Milano se lo porta via?

sergio polillo

Sergio Polillo

inge feltrinelli

Inge e Giangiacomo Feltrinelli

renato curcio

Renato Curcio

C’ero all’inaugurazione del primo Salone del Libro, 29 anni fa. Ci sono stato all’ultima e a tutte quelle in mezzo di questi tre decenni. Mai saltata una. Ma quella che ricordo meglio è proprio la prima. Lavoravo a quel tempo in Mondadori a Segrate, ed ero già da alcuni anni a Milano. La città non mi piaceva, troppo smargiassa per i miei gusti torinesi. Troppo distante da me. Compravo il panettone a Natale, ero orgogliosissimo di stare in Mondadori e mettevo lo stipendio banca. Tutto qui, quello che m’interessava di Milano. Era sì una città piena d’iniziative, brava nel commercio, ma con poca inventiva. Le idee arrivavano da altre parti. Facevo un’unica eccezione nel giudicare Milano: certi milanesi rarissimi che ho incrociato in quasi dieci anni di soggiorno meneghino. Erano ragazzi e ragazze, colleghi e colleghe di eccelsa cultura, offrivano amicizia senza gridarla, avevano un senso della misura come lo intendevo io. Eravamo giovani, siamo invecchiati insieme, anche a distanza, e non ci siamo mai dimenticati gli uni degli altri. E questo era tutto di Milano.

Quel giorno di 29 anni fa mi piaceva pensare che ero un giornalista del più grande gruppo editoriale milanese-italiano che per vendere, far conoscere i propri libri e mostrare al pubblico i suoi autori (già star, ma prima di allora pochi li avevano visti così da vicino) avessero accettato di “emigrare” cinque giorni all’anno a Torino. Mi ricordo che tra quei pilastri della vecchia fabbrica incontrai Sergio Polillo, da poco al vertice della Mondadori e gli chiesi: “Presidente, che ne pensa di questa cosa nuova di Torino?”. E lui che era un signore per bene d’altri tempi mi disse: “Mi piace moltissimo”. E poi Inge Feltrinelli che si aggirava per tutti gli stand, salutando, sorridendo, stringendo mani. Un paio di edizioni dopo (credo) c’era anche Renato Curcio con la sua casa editrice, uno che con il suo passato non avrebbe potuto aprire uno stand neanche pagandolo a peso d’oro. Invece a Torino c’era, la stessa città che lo aveva processato e condannato per i suoi anni infami da brigatista.

E non sto a raccontare delle migliaia di editori, personaggi pubblici, stelline del cinema o della televisione, scrittori e scrittrici che ho incrociato, conosciuto e che trovavano Torino deliziosa e colta. Eravamo molto lontani dalle Olimpiadi e tutto questo ci sembrava sorprendente. Era il Salone di quel genio di Guido Accornero e di quella testa rara e pensante di Angelo Pezzana.

Eppure in tutto questo gaudio c’era già, sui giornali e nei salotti della politica, chi diceva: vedrete tra un anno Milano ci porta via il Salone! Anno dopo anno il tormentone è cresciuto, si è ingigantito, è diventata una certezza. Abbiamo perso prima il Salone dell’Automobile, addirittura scippato da Bologna! Ma Avvocato, non eravamo la città dell’auto? E poi non siamo stati la città del libro?

Ho un paio di domande finali: mentre la certezza di 29 anni fa che Milano si portasse a casa il nostro gioellino cresceva nel tempo, la politica che faceva? I vertici che si sono succeduti alla Fondazione del Libro che dicevano? Se la grande editoria di questo Paese è a Milano, non vi sembrava un’anomalia che il Salone del Libro si tenesse a Torino? E se sì perché non avete fatto nulla di concreto per convincere quegli editori (che con l’Aie detengono anche il potere politico) che Torino (che dista 55 minuti di treno) andava bene lo stesso? Anzi, che era un affare vantaggiosissimo? Perché in questi giorni non avete calato le mutande e non vi siete offerti al talamo degli assetati e insoddisfatti milanesi?

Bah, non so, credo che non avrò mai risposte. Personalmente non ho visitato l’Expo e non andrò nemmeno a Rho e vedere la fiera del libro milanese. Ma non per snobismo. E’ che abbiamo ancora il Salone del Gusto da presidiare, non vorrei che Milano convincesse Gorgonzola che il suo posto è in Lombardia. Prima o poi.

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