giorgio levi

Ex inviati di guerra, con una lettera aperta, accusano l’informazione di superficialità nel racconto della guerra in Ucraina. Ma partono con un vizio d’origine: nessuno di loro è sul campo di battaglia

(foto di Katie Godowski da Pexels)

Sono molto perplesso per questa lettera aperta che un gruppo di ex inviati di guerra ha scritto sull’ Ucraina. E’ troppo lunga, non replicabile, ma la trovate qui su Africa Express Info.

Detto in sintesi, gli ex corrispondenti di guerra (tra tutti Capuozzo, Alberizzi, Negri, Giuliana Sgrena, e altri che ci hanno offerto nelle tante guerre, con i loro reportage, grandi pagine di storia del giornalismo) contestano l’omologazione della stampa sulle vicende ucraine. In buona sostanza, i giornali non andrebbero abbastanza a fondo sulle stragi di civili che ogni giorno ci costringono ad andare a dormire con gli incubi. Questa omologazione, per la verità una specie di cupola, spingerebbe la gente ad assimilare il concetto di guerra e non a perseguire quello di pace. Invece, dicono gli ex, si dovrebbe andare a fondo su ogni morto, capire come è stato ucciso e da chi, e perché. Ma soprattutto, ci si dovrebbe domandare sempre da dove viene l’atroce conflitto.

Per sgombrare il campo dagli equivoci, ogni paragrafo della lettera aperta è assolutamente condivisibile. Ma due puntini sulle i bisogna pur metterli.

Il primo, i firmatari sono tutti ex, giornalisti che hanno fatto un certo numero di guerre, ma nessuna recente, e soprattutto nessuno di loro mi pare sia stato in Ucraina in questi giorni. E questo dovrebbe far pensare. Io non sono stato che un cronista cittadino o di provincia, ma l’idea che mi sono fatto da collega, che ha ascoltato i racconti degli inviati, e da lettore è che ogni guerra non è mai uguale ad un’ altra. Cambiano le strategie militari, le armi, e soprattutto la propaganda, che ora corre in rete e sui social e s’infila nella testa di miliardi di persone. Perciò la pur ragguardevole esperienza degli “ex” non è un passaporto sufficiente a giudicare, meglio sarebbe prendere una macchina fotografica e andare là.

Il secondo puntino sulla i è che questa guerra è talmente diversa da tutte le altre, che quelle in Vietnam o Cambogia o ex Jugoslavia o anche Afghanistan sembrano guerre puniche. Siamo in presenza di una tragedia mai vista prima nel tempo moderno. Uomini, donne, bambini uccisi, gente umiliata e torturata, famiglie assassinate in macchina mentre cercano di scappare. Il mandante è uno solo, e siede a Mosca, gli esecutori sono gli invasori. Se fosse come dice Putin, che sono gli ucraini stessi che ammazzano i loro concittadini, che bisogno c’era di scatenare una guerra (che alla Russia costa già oggi quasi 2 mila soldati morti) se gli ucraini si uccidono da soli? Hanno ragione gli “ex”, si dovrà comunque andare a fondo, ma ci andranno gli storici, magari a guerra finita. Qui, e ora, non c’è nessun corrispondente, di qualsiasi parte del mondo, che abbia espresso dubbi su quello che loro stessi hanno visto con i propri occhi. Questa furia selvaggia ha un marchio ben preciso, e viene da quella Z dipinta sui carri armati. Qui e ora c’è l’urgenza di rispedire a casa il mandante del conflitto.

C’è un pezzo interessante oggi su Il Corriere della Sera, un taglio di Aldo Grasso. “Siamo diventati il Paese dei però”. E cita alla fine una breve filastrocca di Gianni Rodani:

“Un contadino di Rho

tentava invano di cogliere

le pere da un però”.

Scrive Grasso: “E’ il destino che ci attende”.

Credits

Africa Express Info

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