giorgio levi

Dal 2009 al 2017 i contributi pubblici ai giornali sono scesi del 76%. Solo 6 quotidiani nazionali su 63 li ricevono

Che cosa vuole dire il ministro Di Maio quando sostiene il “graduale azzeramento a partire dal 2019 del contributo del Fondo per il pluralismo, quota del Dipartimento informazione editoria, assicurando il pluralismo dell’informazione e la libertà di espressione”?

Già l’italiano è zoppicante, azzeriamo il Fondo per il pluralismo per assicurare il pluralismo di espressione, ma Di Maio che cosa ti hanno insegnato alla Scuola Radio Elettra di Torino?

Ma quello che non sta in piedi è che questa è una battaglia contro nessuno. Il Manifesto ha pubblicato dati che raccontano una storia tutta diversa da quella che vuol far credere Di Maio. Dal 2009 al 2017 i contributi pubblici ai giornali sono scesi del 76%. Solo 6 quotidiani nazionali su 63 li ricevono. E tra questi non ci sono gli odiati giornali del Gruppo Gedi (che Di Maio è convinto si chiami ancora Gruppo Espresso), ovvero La Repubblica, La Stampa, Il Secolo XIX, L’Espresso e un’altra decina di quotidiani locali. Ma non ricevono contributi pubblici nemmeno Il Corriere della Sera, La Gazzetta dello Sport, Il Corriere dello Sport e Tuttosport.

I 6 perfidi profittatori di Stato, certificati Ads, sono Avvenire, Libero, il manifesto, Italia Oggi, il Quotidiano del sud e il Quotidiano di Sicilia. A cui si sommano testate che fanno capo a cooperative di giornalisti.

Le copie annue vendute da giornali e periodici con finanziamenti rappresentano l’8% del totale italiano.

Perciò mandiamoli serenamente in rovina questi straccioni delle cooperative al minimo di stipendio sindacale e non se ne parli più. Di Maio dormirà il sonno dei giusti. Ma quando si sveglierà la mattina La Repubblica, La Stampa e Il Corriere della Sera saranno sempre lì in edicola ad aspettarlo.

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Il Manifesto