giorgio levi

La scuola che splanca le porte al mondo dell’informazione. Ecco come funziona il master di giornalismo della Columbia University

Leggo qui sul PostIt di questa settimana, scritto da Pier Luca Santoro, la storia di Rossella Nocca, una giovane giornalista torinese, che dopo il master di giornalismo alla Columbia University, è rimasta all’estero a svolgere il suo lavoro.

Rossella racconta che cosa ha significato per lei frequentare la Columbia. Scrive: “Il Master of Arts si svolge in nove mesi e si articola in tre componenti: seminari, corsi esterni e corsi pratici. I seminari si svolgono due volte a settimana e trattano un tema specifico, ad esempio l’origine dello stato-nazione in Occidente, che viene affrontato con intense letture preparatorie tratte da varie fonti-testi accademici, articoli giornalistici, documentari. Spesso vengono invitati esperti del settore per rispondere alle domande degli studenti. Come corsi esterni, al di fuori del dipartimento di giornalismo, io ho seguito Religione, Filosofia e Architettura. Infine, c’è la parte pratica ovvero i corsi di skills, come l’utilizzo dei dati o di materiale accademico e la produzione di articoli, inclusa una tesi di laurea che viene preparata da ogni studente con la collaborazione di un supervisore della facoltà in una modalità che dovrebbe ricreare il rapporto reporter-redattore. Tra i workshop ci sono anche quelli dedicati alla professione del freelance, dove giornalisti freelance affermati rispondono alle domande degli allievi. L’idea della scuola è proprio quella di creare professionisti formati da professionisti già inseriti nel settore. Si insegna come va contattato un redattore, come presentare un’idea per un pezzo (il pitch) e come negoziare un compenso”.

E aggiunge: “Ho avuto l’occasione di confrontarmi con professori che sono esperti mondiali nelle rispettive discipline e che hanno saputo trasmettermi in poco tempo una mole di conoscenza che non avrei mai potuto acquisire solo attraverso i libri. Ciò che rende unico il master è infatti proprio l’accesso alle facoltà dell’intera università. Ed è rarissimo che un professore si neghi a uno studente per una chiacchierata, una “visita” in aula mentre fa lezione o un’intervista. Inoltre alla Columbia ho imparato che non una parola può essere pubblicata se non è prima stato fatto un meticoloso lavoro di  fact-checking, ovvero di verifica delle fonti. Ed è raro che venga pubblicato un articolo senza avere fonti primarie, cioè qualcuno che abbia parlato direttamente con il reporter. In Italia, invece, abbondano articoli frutto di copia-incolla da altre testate, spesso straniere”.

L’eccellenza americana, così distante dalle scuole italiane. Doce Rossella: “Negli Stati Uniti esiste una lunga tradizione di long-form journalism, articoli lunghi con uno stile narrativo più simile alla letteratura che al giornalismo, che trattano di temi complessi senza cercare di semplificare ma anzi addentrandosi nelle complessità con una combinazione di interviste a esperti, persone coinvolte in prima persona, testi scientifici”.

Infine, l’allargamento dei confini nella formazione dei giovani che studiano giornalismo: “Un’ulteriore differenza tra il giornalismo americano e quello italiano è l’apertura al cambiamento, sia in termini di mezzi, come il digitale, che a livello di contenuti. Ovviamente l’avvento del digitale ha messo in crisi il settore anche qui, ma c’è stata la capacita di reagire e aprirsi a nuove strade. Ad esempio, nel 2012 la Columbia ha aperto il Brown Institute for Media Innovation, centro dedicato all’innovazione nel mondo dei media in collaborazione con Stanford, che ogni anno finanzia progetti di studenti che vogliono esplorare un tema con metodi innovativi come la realtà virtuale o i big data”.

Credo valga la pena leggerlo tutto, c’è molto da capire, quasi tutto da imparare.

Credits

Rossella Nocca su Repubblica degli stagisti