giorgio levi

C’è un tempo per seminare e uno per non dimenticare

Quando ricevo a casa queste lettere mi convinco, ogni volta, che il mio tempo è finito. (Ehi, intendo quello professionale). La gentile dicitura seniores La Stampa è per aggirare anziano La Stampa, che è più triste di un compleanno triste. Poi questa mattina leggo la lettera e capisco, per la prima volta, che non c’è un tempo finito e un altro che corre su qualche binario dell’oggi. L’incipit di una dolcissima canzone di Ivano Fossati dice :

Dicono che c’è un tempo per seminare
e uno che hai voglia ad aspettare
un tempo sognato che viene di notte
e un altro di giorno teso
come un lino a sventolare

Forse il segreto è tutto qui, considerare che c’è un tempo, per ogni stagione della vita e non necessariamente pensare ad un tempo che ha un inizio e una fine. Il difficile è convincersene, senza scomodare Freud.

Come ho fatto a mettere insieme Fossati con i Seniores della Stampa non lo so. In realtà un perché c’è. La lettera  dice che il 3 maggio (9,30 in corso Re Umberto 54 a Torino) sarà ricordato dall’Unione Cronisti Italiani e dall’Ordine dei giornalisti Carlo Casalegno, vicedirettore della Stampa, ucciso nel 1977 dalle Brigate Rosse. Così ho pensato, ma non sarebbe bene che quel mattino fossero tanti, ma davvero tanti, i giornalisti torinesi davanti alla casa di Casalegno, dove i brigatisti gli spararono alle spalle, solo e indifeso?

Un mare di giornalisti, soprattutto giovani, ragazzi, gente che inizia ora la professione. E non per la formalità di una commemorazione, che lascia sempre il tempo che trova. Ma perché stare lì significherebbe dare un senso a questo mestiere. In un tempo (questo sì molto presente) in cui si compilano liste politiche di proscrizione, s’inveisce contro i giornali, si minacciano repressioni e azioni forti, si sognano giornalisti in ginocchio a chiedere scusa, si aizza la folla contro chi lavora nei giornali. Ecco, in un tempo come questo, che non conosce lo scorrere degli anni, ricordare che mafia, camorra e terrorismo hanno ucciso uomini che cercavano di difendere sui giornali idee e progetti, darebbe un senso e un significato altissimo a questo nostro tempo. Far sapere alla politica più violenta e intollerante che il tempo della verità sui giornali non è finito e che i giovani giornalisti sono pronti a riepercorrere le stesse strade, questo dovremmo fare quel giorno in corso Re Umberto 54.