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ELEZIONI 2015 Uniti nel sindacato, ultima difesa della professione

Sergio Staino solo per Ansa.it

vignetta di Sergio Staino disegnata per http://www.ansa.it

Quando mi sono iscritto per la prima volta all’Ordine dei giornalisti era il lontano 1976. Avevo 24 anni e mi arrampicavo sui vetri. Molti dicono che quella fu l’età dell’oro per questa professione, io in realtà non riuscivo ad uscire dall’età della pietra, esattamente come capita a tanti ragazzi di oggi. Il giorno che sono andato a ritirare il magico tesserino (a quel tempo da pubblicista) alla scontrosa e arcigna segretaria, che allora regnava incontrastata in corso Stati Uniti, ho chiesto d’iscrivermi subito anche alla Subalpina. Sono, dunque, quasi 40 anni.

Il tesserino in pelle verde dell’Ordine m’inorgogliva (come cambiano i tempi!) e pensavo da vero ingenuo che mi avrebbe aperto chissà quali porte. Quello della Subalpina in cartoncino non sapevo bene a che cosa potesse servire, ma capivo che era giusto così. In fondo venivo dal ’68, dagli anni del liceo nel Movimento Studentesco, dalle contestazioni, dalle occupazioni. Da una sacrosanta battaglia che voleva rivoluzionare la società italiana, ferma fino ad allora a quello che era stata negli anni del fascismo. Era una guerra contro il conformismo,  volevamo aprire le finestre e fare entrare aria buona e salubre e rigeneratrice.

Il mio desiderio di stare dentro al sindacato dei giornalisti derivava dunque da quel passato e da quell’appartenenza politica. Mi sono iscritto perché sentivo di doverlo fare, perché volevo stare dentro ad una casa comune, con storie, ideali e battaglie che erano le mie stesse di qualche anno prima. In realtà, non è poi stato sempre così. Il sindacato come i giornali o le redazioni sono composti da donne e uomini che hanno pregi e difetti e quando questi ultimi prevalgono sui primi l’istinto è quello di andarsene, di chiudersi e affrontare i propri drammi in solitudine. In 40 anni, così travagliati come i miei, la tentazione c’è stata. Alla fine però sono rimasto, perché gli ideali non muoiono e noi, senza saperlo, li coltiviamo nel tempo, nonostante tutto.

So che oggi molti colleghi fanno la scelta di non iscriversi alla Subalpina. Per risparmiare sulla quota annuale, perché un precario o un disoccupato deve fare i conti tutte le sere anche con quella piccola cifra, perché i piccoli editori pensano che se c’è uno da lasciare a casa è meglio cominciare da quello iscritto al sindacato, sarà certamente un piantagrane. Il mondo è cambiato, ma ho abbastanza esperienza da cronista di provincia per dire che da quelle parti la testa di tanti editori è rimasta la stessa dei miei anni di gioventù. Il tutto in un contesto di crisi industriale dell’editoria che sta mettendo in ginocchio il patrimonio giornalistico piemontese. La domanda è sempre la stessa: che può fare il sindacato?

Molto o forse poco, non so. Ma so di certo che gli sforzi per tenere la barra del timone diritta sono ciclopici, che il sindacato è dove deve essere e che nessuno è lasciato solo. Alcuni s’iscrivono quando hanno bisogno di un avvocato, ma non basta. E’ appartenere alla collettività, agire insieme, confrontarsi, incazzarsi, trovare soluzioni, qualche volta buone, altre no. E’ esattamente questo il punto, in solitudine non si va da nessuna parte. Con l’istituzione dell’Ordine, che perde iscritti e così com’è fila diritta sul viale del tramonto, l’unico modo per non farsi azzannare è camminare con gli altri.

Oggi sono in pensione, potrei farne a meno della Subalpina. Quel vecchio Sessantotto non è mai andato via.  Meglio così.

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