giorgio levi

I malmostosi della formazione

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Quello che ha scritto Sergio Rizzo su Il Corriere della Sera ha fatto discutere a sufficienza. Soprattutto in rete, perché in fondo al mio vicino di casa che gli importa se i giornalisti si formano oppure no. Lui il giornale, come milioni di altre persone, manco lo compra. Ho notato che con quelli che ha vecchi s’incarta le uova che compra al mercato. In campagna quand’ero bambino i contadini, che non si potevano permettere la carta igienica, tagliavano La Stampa (recuperata di seconda mano) a strisce che poi appendevano ad un chiodo vicino alla tazza. C’era la faccenda del petrolio, ma che dire? Era abbastanza morbida per quei culi ruvidi e ruspanti. Se gli chiedevi se erano soddisfatti del prodotto giornale ti dicevano che L’Intrepido era meglio, maneggevole e di una grammatura più consistente. Considerato l’uso.

Del pezzo di Rizzo posso dire che era disinformato, parziale, con dati arraffati dalla rete e dai social, impreciso e a dirla tutta anche mal scritto. Se avessi dovuto passarlo io, prima di metterlo in pagina, avrei fatto fatica a dargli un senso.

Mi prudono le mani a dire questo. Sono avverso all’esistenza dell’Ordine dei giornalisti e ancora di più al presidente Iacopino e alla sua cricca romana. M’infastisce però il pressapochismo giornalistico. Come diceva Anselmi: “In un giornale si può giustificare tutto, ma non la sciatteria”. E Rizzo in questa circostanza è stato un vero sciattone da copia-incolla. Sono quasi certo che un paio di serate di formazione professionale gli farebbero bene.

Riporto qui di seguito alcuni dati che fanno riferimento al primo anno di formazione del Piemonte organizzati dall’Ordine, alcuni dei quali in collaborazione con Stampa Subalpina.

Eventi organizzati maggio-dicembre: 61.

Totale partecipanti: 10.541 giornalisti.

Numero dei crediti a disposizione: 268.

Numero dei crediti distribuiti: 41.640.

Località coinvolte negli eventi: 15 (Torino, Verbania, Cuneo, Avigliana, Novara, Alessandria, Carrù, Ceva, Arona, Casale Monferrato, Ticineto, Bra, Asti, Biella e Vercelli).

Media partecipanti sul numero dei destinatari di formazione: 25,3%, la più alta d’Italia.

Costo ad evento: zero, tutti sono stati gratuiti ed è confermato che lo saranno anche per il 2015. In Lombardia (come in molte altre regioni) il pagamento dei corsi è stato un flop clamoroso, con percentuali di partecipazioni da zero virgola.

Che significa? Forse non molto, ci sono più di 4 mila giornalisti in Piemonte che non hanno seguito alcun evento, più di 3 mila che non hanno la Pec (obbligatoria da cinque anni), quasi 2 mila che non hanno un indirizzo mail, qualche centinaio che non ha mai registrato presso l’Ordine un indirizzo postale. Hanno la tessera in tasca, ed è molto grave. Questo dovrebbe essere la causa principe per porre fine all’esistenza di una associazione che conta in Italia 110 mila iscritti, dei quali meno di 20 mila fanno realmente questo mestiere.

Chi fa della formazione l’obiettivo per abbattere l’Ordine sbaglia, o finge di giocare contro ma persegue altri interessi.

 

 

 

One thought on “I malmostosi della formazione

  1. Il problema è che non dovrebbe esistere l’Albo, inutile girarci intorno. Giornalista è chi il giornalista fa… parafrasando un motto di un noto film… Cosa fare? Invece di scuole di giornalismo che sfornano stagisti gratuiti per riempire le redazioni a costo zero e che diventano professionisti del taglia e cuci, lauree nelle materie specifiche che i giornalisti andranno a trattare; corsi deontologici e sulla multimedialità gratuiti e a frequenza libera; un sindacato forte di categoria che difenda il giornalista per davvero, anche a livello deontologico dall’editore (ma per farlo dovrebbero esserci contratti di assunzione a tempo indeterminato – in epoca renziana… – e non partite iva, co.co.pro., vendita diritti d’autore, etc.).

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