giorgio levi

Che ne sarà adesso di John Elkann editore?

Quando il 10 febbraio del 2017 John Elkann intervenne all’Auditorium del Lingotto, in occasione del 150 anni de La Stampa, davanti al presidente della Repubblica, a Sergio Marchionne e ad un migliaio d’invitati, parlò come se l’editore del giornale fosse ancora lui, pur sapendo che da lì a pochi mesi il quotidiano di via Lugaro sarebbe passato nelle mani della famiglia De Benedetti e lui, il nipote dell’Avvocato, non sarebbe stato che l’azionista di minoranza.

Era stato convincente John Elkann, con quella impostazione oratoria new age, e quel modo di parlare lento ma appassionato. La road map della cessione (che veniva definita a quel tempo ingresso nel Gruppo Espresso) è stata lunga e complessa. Alla fine non si è capito in che termini si è compiuta (quanto valeva La Stampa con la sua storia, i suoi giornalisti e i suoi impianti industriali?) ma di fatto sotto la guida di Marco De Benedetti ne è uscito un gruppo (Gedi con Repubblica e L’Espresso) e un sottogruppo Gedi News Network, nel quale La Stampa è il quotidiano capofila. Funziona? Cresce? Più copie e più pubblicità? I risultati delle varie semestrali, dalla costituzione del Gruppo, offrono risultati altalenanti. Come per tutti gli altri editori, Il Corriere della Sera compreso, la cui edizione torinese supererebbe (nessun dato ufficiale ovviamente) di poco le 1.500 copie giornaliere.

Un autorevolissimo collega, che occupa una posizione primaria in uno dei quotidiani, mi disse un giorno, a margine di una riunione all’Ordine dei giornalisti: “Se non avessimo fatto così La Stampa avrebbe chiuso”. E questo troncava allora, come oggi, qualsiasi discussione.

Tuttavia, il punto non è questo. Il John Elkann del Lingotto, e di numerose occasioni successive, il giovane erede degli Agnelli editore dell’Economist, l’uomo che porta la famiglia in redazione per gli auguri di Natale, il giovane (ma ora nemmeno più tanto) cultore del giornalismo europeo, l’azionista Gedi che raggranella in due anni azioni del Gruppo e che non ha mai nascosto il desiderio di tornare ad occuparsi di giornali (complici le voci, sempre smentite, di un abbandono del campo da parte di Marco De Benedetti) che farà ora, dopo la scomparsa di Sergio Marchionne? Nel momento in cui l’uomo guida di Fca è lui e soltanto lui?

Prima dell’acuirsi della malattia sembrava che Marchionne avesse aperto un dialogo con Hyundai, poi interrotto nell’ultimo mese. A quanto si è letto Hyunday sarebbe stata interessata ad acquisire o fondere Fca e portarla all’interno del proprio gruppo. Questo avrebbe segnato il destino di Marchionne, che già aveva annunciato l’intenzione di lasciare nel 2019 la guida dell’azienda , e quello di John Elkann, che, libero da Fca, avrebbe potuto dedicare energie e risorse economiche alla costituzione di un grande polo editoriale europeo. E diventare finalmente editore a tempo pieno. Come è sempre stato nelle sue intenzioni.

Ora le priorità di Elkann sono evidentemente altre. Il rischio è che altri giganti editoriali internazionali bussino alla porta  di De Benedetti. O che si muovano le grandi compagnie telefoniche o multimediali per acquisire Gedi e farne un ramo d’azienda. Perché ormai dovrebbe essere chiaro a tutti, i giornali così come sono arriveranno al punto di non ritorno in pochissimi anni. Si salveranno in un mercato globale, guidato quasi certamente da non editori, molto più complesso e sempre più distante dall’idea che noi abbiamo di giornalismo.