giorgio levi

Quando mi pulivo il sedere con Capitan Miki la carta era un’altra cosa

capitan miki

Nei miei anni d’infanzia trascorrevo buona parte delle vacanze estive in una sperduta e ruspante cascina sulle colline di Busca, a pochi chilometri Cuneo. Giocavo nella stalla e mi rotolavo nella drugia (letame), mi tuffavo nel fienile come fossi in piscina, sedevo sul carro dei contadini ricoperto da una sorta di guano secco prodotto dalle galline che di notte ci dormivano sopra. Nonna mi faceva il bagno in una vasca di zinco come quelle dei film western, a fine estate puzzavo come una lontra e mamma impiegava giorni interi a sgrassarmi e a profumarmi di colonia. Quello che chiamavano bagno era un bugigattolo fuori dal perimetro della casa. Preferivo fare pipì contro il salice piangente del giardino, ma ogni tanto lì ci dovevo andare. Ricordo benissimo che non c’era carta igienica, ma striscie di carta di giornale. Tagliate lunghe e puntellate con un chiodo che le teneva appese alla parete. A 6 anni avevo cominciato a pulirmi il culo con le notizie. Più tardi sarebbe diventata la mia professione, ma questo ancora non lo sapevo.

Il più delle volte quelle striscie erano ritagli di Gazzetta del Popolo, altre volte della Stampa, ma spessissimo di Capitan Miki che usciva in edicola proprio a forma di striscia. In pratica era già pronto,  bastava appenderlo al chiodo e la carta igienica era fatta. Ne ho lette diverse storie seduto lì, e poi mi spiaceva destinarle all’altro uso. Però pensavo: “Se mi pulisco con la Gazzetta e lascio lì Capitan Miki, domani mi ritrovo altra Gazzetta e la stessa striscia di Capitan Miki (o qualche volta anche  del Grande Blek). Così, pur tra mille rimpianti destinavo il mio personaggio preferito all’uso per cui (forse) era stato pensato. E la settimana dopo ritrovavo un Capitan Miki nuovo di zecca in tutto il suo splendore.

Gli adulti di famiglia perferivano La Stampa, perché, ho poi capito, aveva meno inchiostro. La Gazzetta invece diventava come un spugna nera e ti abbronzava le chiappe anche senza stare al sole. Dico tutto questo perché nel bagno di un autogrill ho rivisto un giornale tagliato a striscie. E ho pensato che in fondo non tutto può essere in digitale, con un iPad non so come faremmo. Hanno ragione alcuni miei colleghi del consiglio dell’Ordine quando pontificano sul futuro del giornalismo: “La carta ci sarà sempre!”.

Sì, quella igienica. Speriamo.

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