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Entra nel sindacato e farai carriera

modadori

Ci siamo quasi, domenica 29 e lunedì 30 siamo chiamati ad eleggere i nuovi vertici dell’Associazione Stampa Subalpina. Lo farò volentieri perché la lista di Insieme per la Subalpina è composta da persone per bene, bravi giornalisti, li conosco tutti, molti sono giovani. So che spenderanno il poco tempo libero che hanno per la causa sindacale, ultimo appiglio che ci rimane a difesa di questa malandata professione. Mi piacciono perché sono determinati e hanno idee e progetti e forza di volontà. Andare a votare questa volta, mai come adesso, è un dovere irrinunciabile. A Torino, come nelle città di provincia.

La prima volta che mi sono occupato di sindacato è stato nel 1988. Lavoravo a Milano alla Mondadori (21 testate e quasi 500 giornalisti). Mi sono candidato perché Carla Stampa, leggendaria inviata di Epoca, mi aveva detto: “Vieni con noi, abbiamo bisogno di giovani”. Fu uno dei pochi incoraggiamenti, molti altri colleghi mi dissero: “Bravo te! Vai nel sindacato perché vuoi fare carriera”. Devo dire che di questa faccenda carrieristica ne sentivo parlare da tempo, fin da ragazzo quando mi vendevo da precario per quattro soldi. Così, mi sono detto: “Beh, se un po’ di strada si può fare tanto meglio”. Avevo ideali alti, ma non così altissimi.

Vengo eletto nel Cdr di quell’anno con un buon numero di voti. Mai mi sarei aspettato tanto. Poi all’interno del Cdr sono nominato nel più ristretto “comitato esecutivo”. Quello che tratta a nome di 500 giornalisti direttamente con l’azienda. Wow.

Esattamente due settimane dopo la mia elezione, Carla Vanni l’allora direttore di Grazia (più di 30 giornalisti, settimanale ricchissimo, la seconda corazzata di Segrate) mi toglie la rubrica fissa che avevo sul giornale. Mi dice il vicedirettore: “Guarda Levi, avrai così poco tempo adesso che preferiamo affidarla ad un altro collega”. Ok. Per essere che dovevo fare carriera, l’inizio mi sembrava un po’ stentato.

Quasi un mese dopo la mia elezione vengo estromesso dai giornalisti “scriventi” e destinato esclusivamente alla cosiddetta cucina redazionale. Ma non la cucina nobile, vado nel sottoscala. Ho il compito di passare la rubrica della medicina e quella dell’oroscopo, che erano gli incubi notturni di tutti noi.

Firmiamo un contratto integrativo che per molti anni sarà la base per ridiscuterne altri, mi nominano nella Commissione contratto dell’Associazione Lombarda, il cui segretario era Giorgio Santerini, un galantuomo socialista con il quale litigavo ad ogni riunione.

Nel frattempo siamo alla vigilia della cosiddetta guerra di Segrate, Berlusconi strappa a De Benedetti la Mondadori e io non mi risparmio nell’assalto al futuro cavaliere. Il nostro Cdr proclama scioperi, assemblee, blocco degli straordinari. In quei giorni di fuoco il Tg1 condotto da Bruno Vespa m’intervista e io esprimo tutta la mia preoccupazione (e forse qualcosa di più) per la venuta a Segrate di Berlusconi. Vado in onda nella prima edizione serale.

Qualche settimana dopo Berlusconi invita a cena a casa sua tutti i redattori. Tutti, meno uno. Sono escluso dall’elenco, molto tempo dopo scoprirò (questo e molto altro lo racconto nel mio libro Volevo essere Jim Gannon) di essere finito nell’elenco dei giornalisti comunisti che i direttori avevano consegnato a Silvio, su sua richiesta. Quando si dice la “schiena diritta”.

In redazione non ho praticamente più alcun compito. Ogni tanto lo stramaledetto oroscopo, ma è quasi un regalo. Mi consolo perché quando il Cdr al completo marcia nell’open space il mio direttore si chiude nei bagni, pur di non vederci. Dopo quella prima tornata vengo eletto altre due volte, con un numero di voti crescente.  I colleghi apprezzano il guerrigliero, ma io mi chiedo: quando comincerò a fare carriera? La risposta verrà nel tempo, mai.

Torno ad occuparmi di temi sindacali moltissimi anni dopo, quando sono redattore de La Stampa e alla vigilia della pensione. L’allora vice segretario della Subalpina Stefano Tallia mi chiede se voglio diventare il fiduciario della provincia di Vercelli (il confino, dove il giornale mi aveva destinato dopo che avevo vinto una causa faticosissima). Farò poi parte del direttivo e, ormai in prepensione a 58 anni, dell’esecutivo. Ed è lì che mi sono domandato: farò carriera da pensionato?

Ora comincio a sentire un po’ il peso degli anni e ogni tanto ripenso a quel collega che 25 anni fa mi aveva detto: “Vuoi fare carriera”. Lui è diventato direttore, senza avere mai speso un giorno di battaglia sindacale.

Perciò, in questo modesto appello al voto dico, andate al seggio e puntate la matita sui candidati di Insieme per la Subalpina, quasi certamente non faranno carriera. Parola mia.

One thought on “Entra nel sindacato e farai carriera

  1. Evidentemente Giorgio le piaceva quel ruolo. Altrimenti l’avrebbe lasciato per provare a fare carriera davvero, come quel collega che 25 anni prima, riporto la sua citazione, ironicamente le annunciava un futuro ai piani alti.

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