giorgio levi

Sindacato al capolinea senza scioperi

strike

Caro Babbo Natale, mi piacerebbe che il prossimo congresso della Fnsi di Chiaciano (sic!) si concentrasse una volta per tutte sul tema dello sciopero. Ovvero, può esistere un sindacato che non dichiara mai uno sciopero della categoria che rappresenta? I giornalisti possono arrivare ad un contratto decente senza scendere una volta in piazza? Si possono difendere i diritti dei precari, degli sfruttati nelle redazioni, dei sottopagati, dei vilipesi che devono sottostare alle più svariate forme di contratto senza che mai una volta il sindacato si faccia carico di una dimostrazione collettiva di astensione dal lavoro?

L’obiezione la conosco, questo è vetero sindacalismo, non sono tempi da sciopero, gli editori se ne sbatacchiano i marroni se una redazione si ferma un giorno. Anzi, diranno: brutti coglionazzi se scioperate ci perdete voi, una sola copia vale oro, se non esce l’azienda chiude, vi taglia il premio annuale, vi toglie i rimborsi, non può più assumere, pagare i collaboratori, darvi il buono mensa, il pane. Poi, siccome sono sempre in stato di crisi  dicono: volete picchiarci se camminiamo con le stampelle?

Fesserie. Negli anni Ottanta c’erano già i precari, quelli che dovevano farsi dieci anni di gavetta per sperare in una assunzione, i poveri cristi che mendicavano 3 mila lire per un pezzo, mica era la Golden Age del giornalismo. E il mantra degli editori era: “a perderci sarete solo voi”. Sapevano che era una minchionata, ma ovviamente ci provavano. Esattamente come oggi.

E allora che cosa è cambiato? L’aria che respiriamo, questo continuo sottostare al ricatto aziendale, negare che lo scontro può portare a risultati, bearsi di questa mediazione continua. I cdr, il sindacato, i lavoratori.

I giornalisti si erano inventati anche il blocco degli straordinari (impossibile da tenere sotto controllo, ma le aziende temevano), si contavano le pagine pubblicitarie che gli editori recuparavano dai numeri persi per uno sciopero e se era il caso si tornava allo scontro. Poi certo, la bufera si doveva placare. Una volta, quando stavo nel cdr, il capo del personale della Mondadori, durante una trattativa interna che era valsa alcuni giorni di sciopero, mi disse: “Lo accetti come un consiglio, non mettetici mai con le spalle al muro, perché perderemo tutti e due”. Aveva ragione, erano arrivati i giorni della discussione ad un tavolo. Ma lo sciopero era stato per tutti una presa di coscienza collettiva e una prova di forza straordinaria.

Fa bene la Cgil a proclamare l’astensione dal lavoro, è un diritto e un dovere sindacale. Per quanto ci riguarda, se lasciamo che la partita la giochino gli editori, abbiamo già perso. C’è un solo gesto che temono, oggi come trent’anni fa, ed è lo sciopero. Abbiamo milioni di motivi per scendere in piazza e dire che non ci stiamo più e che la crisi ce la stanno facendo pagare troppo cara, facciamolo per quelli che hanno un contratto, per i precari, per la gente e i lettori che ci accusano di essere una casta, dei fannulloni, dei privilegiati. Facciamolo, fin che siamo in tempo.

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