giorgio levi

Paghiamo un conto troppo alto

Così, un altro collega se n’è andato. Appena appena varcata la soglia del pensionamento forzato. Marco Ansaldo è scomparso ieri e aveva appena 59 anni. Altri lo hanno preceduto in questa triste conta. Tutti con un dato comune: l’improvvisa fine del loro lavoro, l’entrata nel prepensionamento in una età che va considerata appena matura per chi fa questo mestiere. Accade come nelle passioni o negli amori che ciascuno di noi conserva gelosamente nel suo cuore. Una donna o un uomo ti lasciano dopo venti o trent’anni di vita, legati l’uno all’altra da un filo che non avresti mai pensato che si potesse spezzare. E invece accade.

Questo mestiere è così, t’innamori da ragazzo e credi che la tua storia non si chiuderà mai, c’è sempre un giorno dopo, una notizia che terrà al caldo la tua passione. Certo, mio nonno che lavorava in fonderia all’Aeritalia o mio padre che è rimasto uno dei pochi superstiti della sua famiglia alla furia nazista e fascista sorriderebbero di questa dichiarazione d’amore per un lavoro, in fondo simile a tanti altri. Ma noi siamo gente irrazionale, così vacui che non ci chiediamo mai un perché.

Conosco colleghe che che fanno i salti mortali per allevare decentemente i propri figli, donne che sacrificano al giornale le ore in cui una mamma “normale” mette a letto i propri bambini. Uomini che corrono da una parte all’altra del mondo o che entrano in redazione alle nove del mattino ed escono alle undici di sera, o a mezzanotte o alle due del giorno dopo. Perché e ne vale la pena? Io ho combattutto una battaglia durissima, che ha messo a rischio la mia salute e la mia vita privata, per avere ragione dei miei diritti di lavoratore. L’ho vinta, ad un prezzo caro. Ma quando la battaglia è cominciata non ho mai avuto un dubbio, sarei andato a picco piuttosto che perdere il lavoro di cui ero così tanto innamorato.

E quando il giornale mi ha indicato la porta del prepensionamento sono uscito come un pugile scende dal ring e il combattimento lo ha perso. Poi comincia tutta quella melensa finzione con i colleghi e con gli amici, che figata ragazzi ho tutto il tempo che voglio, gioco a golf, piscio con il cane, vado in montagna, bevo come una spugna, costruisco modellini di nave. E’ una menzogna e sappiamo di mentire agli altri e a noi stessi. E tutti quei piccoli e grandi accidenti di salute che il lavoro ossessivo copriva, saltano fuori invadenti e minacciosi, come se fino ad allora se ne fossero stati lì nascosti da qualche parte.

Capita a tutti noi, ragazzi che gli editori con l’acqua alla gola hanno messo alla porta. Fottetevi, avete fatto fallire le vostre aziende e il conto lo fate pagare ad altri. Nella mia lunga permanenza a Milano in Mondadori negli Ottanta i giornalisti anziani, vecchi veri di 65 e anche 70 anni, erano considerati un bene prezioso. Era l’eredità della filosofia del vecchio Arnoldo prima e di Mario Formenton poi. Erano le colonne di Panorma, di Epoca, di Grazia. Lavoravano come matti e insegnavano ai giovani il mestiere.

Altroché formazione obbligatoria, mai avuto bisogno di stare una sera seduto in una sala a sentire qualcuno che mi spiegasse le regole della deontologia di questa professione. Io le so. In culo amici, in culo.

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