giorgio levi

Sarebbe ora che gli editori si mettessero a lavorare sul serio

cartoon5210

Quante balle raccontano gli editori. Da che faccio questo mestiere sono trent’anni che s’inventano fanfalucche. Riassumo qui un paio di concetti che ho già postato in un commento su fb, a seguito dell’incontro organizzato dalla Subalpina con il segretario della Fnsi Franco Siddi e Stefano Tallia, segretario del sindacato dei giornalisti piemontesi.

1. Il contratto firmato da Siddi con la Fieg era l’unico possibile. E’ carente, ha punti deboli, non soddisfa l’esercito dei Co.co.co (soprattutto alla voce compensi, il minimo tabellare può essere effettivamente una trappola), ma io credo a quello che Siddi dice: “In questo momento non si poteva avere di più”. La Fieg era pronta ad abbandonare il tavolo della trattativa. E c’è da credergli. Giulio Anselmi ci ha rimesso il posto di numero uno della Fieg (embè pazienza) per avere messo la firma all’accordo.

2. I contratti nazionali di lavoro non sono scialuppe di salvataggio, non sono canotti su cui ti butti quando sei stanco di nuotare. Ma c’è una grande differenza tra averlo e non averlo. Se la Fieg avesse buttato tutto all’aria ci troveremmo ora sotto un diluvio senza ripari. Siddi ha fatto un buon lavoro, con Anselmi Stone Face (chi ha letto Jim Gannon sa cosa voglio dire) io avrei resistito paziente un paio di giorni.

3. Gli editori giocano sempre con lo stesso modulo. Che ha come obiettivo quello di licenziare più giornalisti possibile. Negli anni Ottanta (oro che colava con la pubblicità) per non cedere ad aumenti di stipendio (anche minimi) e a promuovere prepensionamenti (già allora!) dicevano che c’era la crisi perché la carta costava come il petrolio. Il capo della delegazione (per il rinnovo contrattuale a Roma) di un grande gruppo editoriale milanese mi aveva detto: “La carta ha prezzi pazzeschi, paghiamo anche la deforestazione dell’Amazzonia”.  E certo, meno dell’Amazzonia cosa volevi inventare. E’ un vero peccato che la carta derivi dai pioppi e che la deforestazione dell’Amazzonia fosse dovuta ad una guerra territoriale dei grandi latifondisti. Così, tra una balla e l’altra già trent’anni fa erano sempre pronti a far saltare il tavolo della trattativa.

4. Oggi della carta non frega più niente a nessuno (nemmeno degli indios se è per questo). La balla spaziale è internet. Dicono: la rete ha generato una crisi senza precedenti. Le notizie sono tutte in rete gratis, la gente non compra più i giornali. Ma come? Tu editore hai a disposizione il più straordinario mezzo di diffusione delle notizie di ogni tempo e di ogni epoca e ci vieni a dire che il web è la causa della tua crisi? E’ come sei ai tempi di Johann Gutenberg gli amanuensi si fossero incazzati perché quello aveva semplificato il lavoro editoriale. Magari qualcuno avrà perso il suo posto di lavoro di copiatore, forse l’industria delle penne d’oca avrà avuto un decremento di produzione, ma quello che è certo è che la cultura, l’informazione, la conoscenza hanno preso il volo. Il web è una rivoluzione simile. I nostri amati editori però, a differenza di quelli del ‘400, non hanno investito un euro quando era ora e le casse erano ancora piene. La rete 15 anni fa mostrava già chiari i segni del cambiamento. Si sono tenuti i quattrini per investimenti minimi, mai o quasi nulla sul settore dell’innovazione. Così, quando hanno capito che non si poteva più navigare a vista era tardi.

5. E adesso siamo un’altra volta nel tormentone della crisi. Che c’è per l’auto, per i consumi in generale, nel turismo, e questo è comprensibile. Ma voi editori che avete succhiato ogni risorsa (anche pubblica) per rinforzare le casse, che avete a disposizione non uno ma mille modi per diffondere l’informazione e per raccogliere pubblicità ci venite a dire che la rete è una rovina, che i giornalisti costano troppo, che bisogna mandarli a casa, che non si possono assumere? Rimboccatevi le maniche, mettetevi a lavorare sul serio.

Lo so già come va a finire. Un giorno, quando si sarà trovato il modo fa pagare in rete l’informazione di qualità (e la soluzione è dietro l’angolo) ci diranno che c’è la crisi delle notizie. Che ci possiamo fare signori giornalisti? Ci possiamo, ci possiamo.