giorgio levi

Mi arrendo, non posso correre da solo contro Usain Bolt

internet

Ero alla presentazione del nuovo corso del master Giorgio Bocca (secondo anno del biennio torinese). Ho ascoltato. Ho visto. Qualcosa ho capito (ed è già molto). Poi mentre ero lì, tanto per tenere la mente sveglia, ho fatto il mio solito giro in rete e ho trovato questo su Il Fatto .

Mi sono seduto all’aperto e al sole della Brasserie Lutèce e mi sono domandato che cosa ci stiamo a fare al mondo noi vecchi giornalisti se non riusciamo a far uscire dal pantano tutti questi ragazzi, che sognano come abbiamo sognato noi. Sono giunto alla conclusione che la risposta non c’è, per quanto in questi anni abbia dedicato la gran parte del mio tempo a cercare di capire se possiamo promettere e anche mantenere.

C’è chi si sveglia la mattina e ogni giorno dell’anno camminerebbe a piedi nudi sulle pietre pur di fare questo mestiere. E noi non avremmo dovuto avere il compito e il dovere di dirgli come si fa? La maggior parte dei giornalisti con le chiappe al sicuro (sempre meno neh) se ne batte il belino allegramente, io per dire sulla mia strada li ho trovati tutti così.  Ma è proprio per questa ragione che ora mi faccio delle domande e non mi so dare delle risposte.

Così, vedo strutture obsolete che s’interrogano ancora e sempre su professionalità e deontologia e rigore (come se il mercato non aspettasse altro) e sento la rete che mi passa sotto le dita e corre veloce come un fulmine d’estate e annienta televisioni e giornali. La sfida è questa, capire prima che accada, osservare il mondo tra dieci anni, ma farlo adesso. Le battaglie non si vincono stando chiusi nel passato o nel presente, con gli stessi concetti e le medesime idee di sempre.

Sono troppo vecchio, sono dell’epoca di Mennea, non posso fare i cento metri con Usain Bolt e un po’ mi spiace. Mi arrendo, non ho nemmeno un po’ di doping da parte. Di quello buono.