giorgio levi

La Repubblica di Genova e Il Secolo XIX separati in casa. Così il gruppo di De Benedetti si fa garante della pluralità dell’informazione

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Anni di battaglie, decenni di sfide, di  “buchi” in cronaca elargiti con grande godimento. Montagne di notizie, milioni di pezzi, nottate passate per far meglio dei rivali, di locandine tenute segrete fino all’ultimo minuto. L’insana passione per questo lavoro, le corse quotidiane per essere  domani “Il  giornale di Genova”. L’unico. Il Lavoro (già inghiottito da Repubblica nel 1992) e U’ Sekulu, fino al 2014 nella Sep di Carlo Perrone e poi inglobato nella Stampa di John Elkann. Tutto finito, anche quella modesta aria di rivalità che era sopravvissuta alle tempeste societarie. Da qualche settimana la redazione di Repubblica di Genova si è spostata da via Roccatagliata Ceccardi a piazza Piccapietra nell’edificio del Secolo XIX. Insieme, o meglio abilmente divisi. I giornalisti del Secolo entrano da un ingresso e quelli di Repubblica da un altro. Sono due giornali, no? Come nei licei del Novecento prima del Sessantotto dove i maschi entravano da un portone e le femmine da un altro, poi tutti insieme nei bagni.

Credo che il gruppo Espresso voglia dirci che questo geniale escamotage è il segno visibile che le due testate sono indipendenti. Lavorano nello stesso edificio, separati da un muro, si vedono, s’incrociano, hanno i medesimi agenti pubblicitari, da febbraio anche lo stesso ufficio contabilità, la busta paga arriverà dal medesimo editore. Ma belìn figgeu ognuno ha la sua casina.

Lo stesso accadrà dalla primavera prossima tra Stampa e Repubblica a Torino. D’altra parte l’indipendenza è già morta nelle redazioni di provincia. L’altra sera (tardi neh) osservavo le luci accese della redazione della Stampa a Savona e mi domandavo: ma lì dentro c’è anche Il Secolo? Se c’è come faranno con le notizie, chi dà il buco a chi? Facile, a nessuno.

E mi sono anche rotto le balle di sentirmi dire che sono un rompicoglioni, che i problemi sono altri, che non c’è il lavoro, che questa menata colossale della pluralità dell’informazione è roba dell’altro secolo. Che oggi solo i grandi gruppi possono garantire la qualità e il futuro dell’informazione. Ma qualcuno di questi microcefali pensanti si è domandato di quale informazione stiamo parlando? Più rete, più notizie, più social, più giornalisti? No, non sarà così. Il gioco è al ribasso e al contenimento dei costi, non ai posti di lavoro.

D’altronde, se io non ho rivali che m’importa di mettere le mani su una notizia che altri non hanno? E subito dopo: a me editore interessa qualcosa se c’è o non c’è concorrenza e posso buggerare i pochi lettori che mi sono rimasti risparmiando montagne di quattrini? Infine: culturalmente parlando, e tenendo da parte la preziosa busta paga, domando: non fa schifo tutto questo? Beh, la risposta non è essenziale, in effetti.

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