giorgio levi

I 150 anni dalla nascita de La Stampa. Il fondatore Frassati l’avrebbe capito prima come sarebbe andata a finire. Torino gli intitola il giardino di piazza Solferino

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La prima sede de La Stampa, in via Bertolotti angolo piazza Solferino.

Secondo me Frassati avrebbe visto lungo sul futuro de La Stampa, il giornale che lui stesso, antifascista vero, aveva fondato. E che il vecchio senatore Agnelli, con i favori di Mussolini, gli aveva abilmente sottratto. Il quotidiano torinese è ormai prossimo a (ehm) festeggiare i 150 dalla sua nascita. Per celebrare, con tutta la dignità possibile dovuta ad un grande giornalista, la Città di Torino ha deciso di intitolargli il giardino di piazza Solferino.

La cerimonia si svolgerà mercoledì 30 marzo alle 11 all’angolo del palazzo di via Bertolotti, dove nacque il giornale e dove attualmente c’è una targa ricordo. Ci sarà anche Fassino e qualche gruppetto di fedeli. Il mio personalissimo consiglio è, che se uno può dovrebbe andarci, tutti noi che svolgiamo questo mestiere in questa città glielo dobbiamo a Frassati, per quello che ha fatto e per quello che non ha più potuto fare. Qui sotto riporto lo scritto pubblicato sull’invito del Comune.

Alfredo Frassati (Pollone, 28.9.1868 – Torino, 21.5.1961).

Fatta l’Italia bisognava fare gli italiani e i giornali avrebbero dato una mano. «La Stampa» è il capolavoro di Alfredo Frassati, vulcanico biellese di Pollone. Studente di legge in Germania, a ventitre anni comincia a inviare corrispondenze alla «Gazzetta Piemontese» di Vittorio Bersezio. In tre anni diviene comproprietario e condirettore della testata. Nel 1895 le cambia i connotati e il nome, facendone un grande giornale politico, approdo e vivaio di firme illustri, dai ferrei princìpi di «un giornalismo moderno, indipendente da tutti, onestissimo».

Liberale ma simpatizzante per i socialisti, favorevole allo sviluppo dell’industria ma pure ai diritti dei lavoratori, è il primo giornalista a diventare senatore. Amico di Giolitti, da lui inviato ambasciatore a Berlino, quando Mussolini sale al potere Frassati si dimette e torna in redazione. Con la stessa determinazione con la quale si è opposto all’intervento italiano nella guerra 1915-18, si lancia contro la sgangherata impresa di D’Annunzio a Fiume. E’ antifascista in pieno fascismo. Come Zola per l’«affare Dreyfus», Frassati grida il suo «atto d’accusa» al regime per il delitto Matteotti. Paga con una serrata che ferma il quotidiano quaranta giorni. Poi lo perde del tutto, scacciato dalla direzione e dalla proprietà poco dopo la morte del figlio Pier Giorgio di ventiquattro anni, a causa di una poliomielite fulminante.

Combatte la disperazione lavorando. Agricoltore a Pollone, fa piantare centomila alberi sulle montagne biellesi. Presidente dell’Italgas, pilota l’azienda a risorgere da un drammatico fallimento. Membro dell’Assemblea Costituente, superati i novant’anni continua a scrivere articoli di memorie politiche.

Muore all’improvviso il 21 maggio 1961, senza poter immaginare che per tanti gesti di fede e carità il suo Pier Giorgio sarebbe stato eletto da papa Wojtyla tra i beati.

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