giorgio levi

Omaggi di Natale, rimandateli indietro. Se ci riuscite

Ci sarebbe la questione degli omaggi di Natale. Dei cestini, quelli che arrivano per tempo e persino all’ultimo minuto utile. Ben custoditi in un intreccio di vimini, avvolti nel cellophane, ricchi di mistero e di fantasiose leccornie. Puttanate, secondo me. Quante probabilità avrò di ingollarmi quei borlotti di Vigevano Nano o di spatasciarmi di mostarda di Voghera? Zero. Perciò considero la cesta natalizia il subdolo ed estremo tentativo d’ingraziarsi qualcuno. In genere il più vicino possibile al potere.

Ho ragione di credere che anche per l’Ordine quest’anno ci sia stata una considerevole frenata sui salami di Felino con il fiocco rosso e altre presunte prelibatezze. E’ pur vero che le ceste fanno giri strani, le vedi e non le vedi, un giorno sono lì e poi ne perdi ogni traccia. Perciò, non so dare notizie con assoluta certezza. Quello che so è che l’Ordine è un ente pubblico e noi siamo i rappresentanti della categoria eletti dai nostri colleghi. Lavoriamo gratis ogni giorno dell’anno. Personalmente non ne provo un piacere fisico, ma sento di doverlo fare. Meglio senza omaggi di qualsiasi natura.

D’altra parte il cestino è una volgarità. Al mio primo anno in Mondadori trovo, sette giorni esatti prima di Natale, posata sulla mia scrivania una gigantesca confezione natalizia. Era così imponente che occupava l’intero spazio del tavolo. Ne avevano una ciascuno tutti i redattori, tanto pesanti che i fattorini le spostavano con il muletto meccanico. Quando si dice, restare a bocca aperta. Sul minuscolo biglietto che lo accompagna leggo: “Auguri da Fininvest!”.

Decido di non tenerlo. Anzi, m’incazzo anche un po’. Sono un giornalista, credono di avermi con uno stupidissimo regalo? Mi guardano male gli altri, sostengono che il mio è gesto contro Berlusconi. Chiamo i fattorini, lo faccio ricaricare sul muletto e lo rispedisco intatto alla Fininvest. Tempo una settimana e, tra Natale e Capodanno, me lo ritrovo sulla scrivania. Uguale, ma un po’ meglio di prima. Hanno aggiunto bottiglie di Barolo d’annata che non c’erano.

Mi arrendo. Lo carico sulla mia piccola Peugeot, occupa i sedili posteriori e anche quello anteriore. Viaggio verso Torino con un bouquet di ananas che mi saballonzola sul finestrino. A casa in ascensore non entra, così me lo trascino in auto e vado a suonare il campanello di suor Paola, alla mensa della parrocchia di Sant’Alfonso. Sorrido perché lei lo guarda con sufficienza: “Il vino qui da noi non va bene”. Sfilo le bottiglie di champagne e Barolo e passito. Lì non c’è stato bisogno del muletto, dieci braccia sollevano la montagna culinaria come una piuma.

 

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