giorgio levi

Addio panettone, c’è una scatola di biscotti

agnelli 1989

L’avvocato Agnelli nel 1989 in via Giordano Bruno visita gli stabilimenti de La Stampa

Quando uno va in pensione nelle aziende si chiama seniores. Appellativo elegante. Quand’ero un ragazzino alle mie prime gare di sci i seniores erano i vecchi, potevano avere anche 18 o 20 anni.

Adesso sono un seniores vero, con i capelli bianchi e le rughe e nemmeno metto più gli sci nei piedi. In compenso il club dei seniores de La Stampa mi ha inserito nel suo catalogo. La lista dei pensiunà. Per la verità non ne avrei diritto, perché per essere seniores doc bisogna essere stati lì dentro almeno trent’anni. Tutta una vita, che io ho trascorso in almeno altre 10 testate diverse. Ad ogni buon conto sono stati gentili e io sono orgoglioso di essere un seniores de La Stampa.

Per almeno tre ragioni. La prima è che ogni anno ci troviamo a Natale in via Giordano Bruno, dove ci sono le rotative. E questo stabilimento gigante, dove gli omini sono così piccoli che il soffitto sembra un cielo grigio, esercita su di me un fascino dolcissimo. Le rotative, ma ci pensi?

La seconda ragione è che mi piace pagare quella quota di 10 euro all’anno e in cambio avere una ricevuta scritta a mano su quei blocchetti con la carta carbone come si usava trent’anni fa. E anche quel pacco dono non è niente male. E’ ormai poverissimo, quest’anno il panettone è stato sostiuito da una scatola di biscotti (di metallo però, la scatola). La penna biro è sempre la stessa, deve essere uno stock che non va alla fine. Il pezzo forte resta il calendario, tipo quelli che si appendono in cucina. Però in alto c’è scritto La Stampa Seniores. E di fianco gli appuntamenti dell’anno, anche quello del giorno della commemorazione dei defunti. Già.

La terza ragione è che immergermi in quella piccola folla di tipografi, operai, addetti alle macchine, autisti, impiegati e persino giornalisti è come imbarcarsi in un viaggio nel tempo, è come ritrovare speranze e progetti e persino sogni. In quel mastodontico capannone, illuminato da luci altissime, umido come la notte, tutti ben sigillati nel cappotto o nel giaccone, mani che si stringono, sorrisi, anche molta tristezza, pacche sulle spalle. E poi in quella mezz’ora storie che si ricostruiscono e fili di ricordi che si riannodano.

L’altro ieri ho conosciuto un vecchio linotipista. Mica quello di Dalla: “Ci nascondiamo di notte per paura dei linotipisti”. Mi hanno spiegato che questo signore è l’unico ancora oggi capace di mettere in moto una linotype. Ecco perché lì dentro, una volta all’anno, anche per pochi minuti, ci sto bene come se fossi un bambino in gita a Disneyland.

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