giorgio levi

Azzerare l’Ordine, un referendum subito

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L’Ordine dei giornalisti ha 50 anni. E’ del ’63 la sua istituzione. Il papà dell’Ordine (cioè il vecchio ordinamento) era del 1925. Diciamo, che visto così con tutte le sue rughe ne dimostra almeno il doppio.

Io che sono già abbastanza vecchio nel ’63 facevo le elementari. C’era ancora il calamaio nei banchi, il bidello che ci versava l’inchiostro dentro, scrivevamo con i pennini, le matite e solo da molto grandi, alle medie, con la penna stilografica. Mio papà comprava La Stampa, disdegnava La Gazzetta del Popolo (troppo di chiesa), i giornalisti scrivevano ancora con i verbi al passato, le macchine da scrivere erano tutte Olivetti e meccaniche, i corrispondenti dettavano i pezzi al telefono, c’erano i dimafonisti, il leggendario fuorisacco, il telefax sarebbe arrivato dieci anni dopo. Per non dire della composizione dei giornali, del piombo, delle tipografie e tutto il resto. Un mondo di pionieri, visto dall’oggi. Interessante, carino, divertente ma ora lontano milioni di anni luce. Se nel ’63 mi avessero detto che nel doppino del filo di rame del telefono che avevamo già in casa sarebbe arrivato tutto quello che ad ogni secondo compare su questo video non ci avrei creduto. E d’altra parte nessuno ha mai immaginato una rivoluzione così radicale nella comunicazione, non esistono film o libri di fantascienza con internet o qualcosa di simile.

L’Ordine viene perciò costruito su questo mondo di macchine da scrivere, di carta e pennini. Aveva un senso allora?  Forse sì. C’erano esigenze deontologiche dopo gli anni nefasti del fascismo, la necessità di cancellare il vecchio ordinamento, d’inquadrare la professione in una legge dello stato. Io avevo appena smesso di fare le aste perciò non so giudicare, quel mondo era molto simile a quello di prima della guerra. Il ’68 e quello che avvenne dopo, nel bene e nel male, chiuderanno definitivamente le porte al passato. E anche questa professione comincerà a correre verso il futuro. Prima lentamente e poi quasi di corsa, come se il tempo si fosse ristretto. E l’Ordine? Con quella incastellatura primordiale ha camminato per 50 anni, modificandosi con riformucole e perdendo ogni anno il passo con la corsa, questa sì esaltante, di chi arriva ed esplora il mondo del giornalismo.

Ora, secondo me, l’Ordine è finito del tutto. Io ho ripreso a fare le aste durante del runioni del consiglio regionale. Sull’iPad. Sul tavolo ci sono sempre faldoni, montagne di carte, biro. Guardo le mie aste disegnate su una app dell’iPad, sono brutte e storte come quelle delle elementari. Ma il mondo che mi sta intorno che mondo è? Ho la netta e precisa sensazione che sia sempre quello ’63. Burocratico, lento, avanti adagio tra mille prudenze, leggi, leggine, regolamenti, litigi romani, prese di potere, correnti, dibattiti di una noia indicibile. Ha un senso tutto questo? No, sono arrivato alla conclusione che questo castello va totalmente e definitivamente azzerato. So che molti colleghi obiettarenno che all’Ordine è legata a doppio filo l’esistenza di Inpgi e Casagit, le nostre benemerite (queste sì) istituzioni. Ma sono sicuro che in qualche angolo normativo di questo Paese si potrà trovare la soluzione migliore. Siamo in Italia, mica in Inghilterra.

L’atto finale dignitoso che potrebbe fare l’Ordine nazionale dei giornalisti è istituire un referendum tra gli iscritti con una semplice domanda e una risposta altrettanto elementare. “L’Ordine è da abolire?”. Fine. Poi magari non ci saranno mutamenti immediati (le leggi non si cancellano con un tasto del pc) ma intanto sapremo, con un metodo democratico e civile, che cosa ne pensiamo. Da lì in poi si potrà lavorare su Giornalisti 2.0, per il bene di tutti noi e dei ragazzi che entreranno domani in redazione. E di quelli che oggi fanno ancora le aste.