giorgio levi

John Elkann cede l’Espresso. Il direttore si dimette. Da Lino Jannuzzi al tramonto di un’epoca. E’ la fine del giornalismo che abbiamo amato. Le colpe degli editori

(foto Niccolò Caranti, CC BY-SA 4.0 https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0, via Wikimedia Commons)

Sono diventato un lettore dell’Espresso esattamente da questo numero, il 14 maggio del 1967. Avevo 15 anni, ero in prima liceo e il ’68 sarebbe arrivato l’anno dopo in Francia e in autunno con i primi cortei di studenti anche in Italia. Un paio di anni dopo sarei entrato nel Movimento Studentesco. Quel numero dell’Espresso, allora in formato lenzuolo, come si diceva a quel tempo, me lo regalò mia sorella, che era alle medie. Mi disse: guarda che cosa ti ho comprato, ti piacerà di sicuro.

Eccome se mi piaceva. Quell’inchiesta sul Sifar, leggere qui, del grandissimo Lino Jannuzzi mi entrò nella testa e fu la defintiva scintilla che mi convinse che la mia professione sarebbe stata diventare giornalista. Era scritta benissimo, coraggiosa, coinvolgente, senza reticenze. I giornali di allora non erano così. Jannuzzi spezzò il conformismo del giornalismo italiano dei grandi quotidiani.

Da allora, e anche per i tanti anni da giornalista, non ho mai abbandonato l’Espresso. E quando da quel settimanale Scalfari partorì La Repubblica sentivo di avere un secondo punto fermo, nella vita e nella professione, a cui mi sarei aggrappato anche nei momenti più difficili. Che sono stati tanti.

Quando arrivai in Mondadori, all’inizio degli anni Ottanta, Panorama rappresentava l’antagonista dell’Espresso. Feci appena in tempo a vedere Panorama diretto da Carlo Rognoni, al quale succedette l’immenso Claudio Rinaldi. M’innamorai anche di Panorama, avrei voluto entrare in quella redazione (anche in ginocchio) ma per molte ragioni non ci riuscii mai.

Erano settimanali concorrenti, ma non troppo diversi. Lo stile che li accumunava era il modo di condurre le inchieste, di scrivere i reportage, di costruire notizie scovandole negli angoli più nascosti della politica. La linea guida di Panorama (impressa da Lamberto Sechi, direttore dal 1965 al 1979) era: “I fatti separati dalle opinioni”. L’editore era Arnoldo Mondadori che, con Angelo Rizzoli, rappresentava la cultura più illuminata del Paese.

Gli anni sono passati veloci, in mezzo a cambiamenti che hanno letteralmente stravolto il giornalismo italiano. Il primo a cedere fu Epoca, il settimanale politico di grande informazione, all’inizio degli anni Novanta per poi uscire dalla scena alla fine di quel decennio, con direttore Remo Guerrini, dopo che Nini Briglia e Massimo Donelli avevano fatto il possibile per tenerlo in piedi. Ma non erano più i tempi.

Così, anche per l’Espresso e Panorama iniziò il lento declino. I lettori si assottigliavano e la pubblicità cominciava a scarseggiare. Era finita l’epopea d’oro durata trent’anni. Presto sarebbe arrivato il crollo definitivo. Mondadori, in mano alla famiglia Berlusconi, cedette Panorama nel novembre del 2018, leggere qui, a La Verità srl di Maurizio Belpietro. Erano trascorsi 56 anni dalla sua fondazione.

Ho smesso di comprare Panorama. Ora John Elkann ha deciso di cedere l’Espresso ad altro editore. Smetterò di leggere anche l’Espresso. Il direttore Marco Damilano si è dimesso e ha scritto nel suo addio ai lettori e alla redazione: “Ho appreso della decisione di vendere l’Espresso da un tweet di un giornalista, due giorni fa, mercoledì pomeriggio. Ho chiesto immediati chiarimenti all’amministratore delegato Maurizio Scanavino, come ho sempre fatto in questi mesi. Mesi di stillicidio continuo, di notizie non smentite, di voci che sono circolate indisturbate e che hanno provocato un grave danno alla testata. Non mi sono mai nascosto le difficoltà. Ho più volte offerto la mia disponibilità in prima persona a trovare una soluzione per l’Espresso, anche esterna al gruppo Gedi, che offrisse la garanzia che questo patrimonio non fosse disperso. Ma le trattative sono proseguite senza condivisione di un percorso, fino ad arrivare a oggi, alla violazione del più elementare obbligo di lealtà e di fiducia. La cessione dell’Espresso, in questo modo e in questo momento, rappresenta un grave indebolimento del primo gruppo editoriale italiano”.

Damilano ha ragione, su questo non ci sono dubbi. Ma l’Espresso di oggi, pur sempre ben scritto, dotato di una redazione di eccezionale livello professionale, non era più l’Espresso di ieri e nemmeno dell’altro ieri. Era l’ombra di quei tempi gloriosi. Un affarino striminzito, allegato a La Repubblica la domenica. Un magazine che nel tempo si è assottigliato, impoverito, come se si stesse consumando. E’ inutile cercare l’origine del male, lo sappiamo tutti che la carta stampata va verso l’estinzione. I giornali, quotidiani o settimanali, si avviano inevitabilmente verso la loro fine. Ma la domanda è: Damilano non si è mai accorto che era sulla tolda di comando di un battello, pur di pregio, ma che non era più la portaerei che era stata per tanto tempo? Nel suo addio ci sono recriminazioni legittime, ma quasi con sorpresa. Quei comportamenti scorretti tra editore e giornale sono invece il palese segno dei tempi, e non da oggi.

Se un direttore viene a sapere da un tweet che il suo editore gli sta vendeno il giornale vuol dire che il treno è arrivato in stazione e che da lì non ripartirà più. Fuor di metafora, significa che il mondo degli editori italiani è finito per sempre. E non solo quello di John Elkann. Da almeno 20 anni gli editori hanno smesso d’investire sul futuro, la rete e tutto il resto, accorpano, concentrano, riducono il mercato pubblicitario per strozzare i piccoli editori locali. Con l’unico scopo di ridurre i costi. Tagliano i posti di lavoro, prepensionano a manetta, assumono con il contagocce. E questo, nel momento di maggiore crisi, è la peggiore delle soluzioni. S’investe quando le cose vanno male, non quando la macchina corre veloce.

Questo il New York Times (e non solo) lo ha capito molto tempo fa. Ha modificato la produzione delle news assumendo centinaia di giornalisti e non lasciando a casa nessuno, nemmeno i più anziani della redazione. Ora il NYT viaggia a gonfie vele, ha un bilancio da primato, agguanta milioni di abbonati su internet e gli investitori pubblicitari fanno a botte per ricavarsi uno spazio.

Ho sentito colleghi dire ma quelli sono gli Stati Uniti. E’ una cazzata colossale. Il giornalismo non ha una terra d’origine. E’ un patrimonio comune di tutti, in qualsiasi parte del pianeta. Da noi nessuno lo ha capito, nemmeno Cairo, che pure ha il merito di essere rimasto l’unico editore puro d’Italia.

Aggiornamento. L’editore Gedi ha nominato Lirio Abbate direttore, forse pro tempore in attesa di una nomina definitiva, dell’Espresso. Abbate, 51 anni, di Castelbuono (Palermo), è stato corrispondente de La Stampa dalla Sicilia per circa 10 anni. Poi l’ingresso nel 2009 come inviato all’Espresso e infine vice direttore, fino alla nomina di oggi.

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