giorgio levi

Ma gli inviati nelle zone di diffusione del virus sono in “quarantena” oppure no? Un post di Selvaggia Lucarelli

C’è un po’ di mistero su questa faccenda della quarantena obbligatoria prevista per i giornalisti che sono stati inviati nelle zone di diffusione del coronavirus. Sono in isolamento oppure no? Quali sono le diposizioni aziendali? Selvaggia Lucarelli, qui su TPI, prova a dare qualche risposta.

Il caos nella gestione del coronavirus ha colpito anche la categoria dei giornalisti, sebbene per un interessante paradosso la questione sia poco raccontata proprio dai giornalisti stessi. Sia la Rai che Mediaset e La7 stanno gestendo l’allarme con comunicati e obblighi imposti a chi è andato a documentare l’emergenza nel focolaio del Basso Lodigiano.

In una circolare Rai si dice che i giornalisti che “si sono recati nelle aree a rischio negli ultimi 14 giorni, devono segnalarlo alle autorità sanitarie locali e alla Task force aziendale” e “detti soggetti, al termine dell’eventuale missione, non potranno accedere ai siti aziendali e sono invitati a rimanere a casa per 14 giorni”.

Inoltre, tutte le testate Rai sono invitate a non inviare altri giornalisti in zone in cui sono stati segnalati nuovi casi. In realtà, nei fatti, la restrizione sembra molto più severa, visto che i giornalisti Rai residenti in Lombardia, anche se non sono stati nelle zone dei focolai, non possono recarsi nelle sedi Rai di Roma. Anche a Mediaset la situazione è la stessa e ci sono molti giornalisti in quarantena.

Si tratta, per esempio, di Alessio Fusco dei Tg Mediaset, di Tito Giliberto, Davide Loreti, Carlotta Dessì, Gabriele Madala, Sara Tufariello di Mattino e Pomeriggio 5. Anche La 7 ha invitato tramite un comunicato i giornalisti alla massima prudenza e chiesto a coloro che si erano recati a Codogno e dintorni di non presentarsi nelle sedi dell’azienda.

Il giornalista del La 7 Guy Chiappaventi, inviato nei giorni scorsi a Codogno per realizzare un servizio sul Coronavirus, ha scritto un post polemico: “Sono stato 4 ore a Codogno. Non sono stato in luoghi chiusi tranne una farmacia per comprare l’Amuchina), non ho incontrato persone malate, neanche uno con la tosse, sarebbe stato difficile peraltro, tutti i negozi erano già chiusi, e non girava quasi nessuno”.

“L’aria di Codogno non è infetta – continua il giornalista –  Mi è stato imposto di non lavorare e ci sono colleghi che dove sono passato buttano il sale. È una piccola cosa, solo qualche giorno. Ma pur nella sua miseria di una cosa passeggera, come fosse un raffreddore, mi è servito capire la sofferenza di chi tutta una vita viene discriminato perché è negro, ebreo o frocio. (non sto facendo il paragone, parlo della diceria dell’untore”.

Pablo Trincia conosce bene lo stato d’animo del collega Chiappaventi: “Quando andai in Africa, in Liberia, a realizzare il reportage su Ebola per Santoro, mezza redazione al mio ritorno fece una sommossa. Non volevano che entrassi in redazione, non potevo prendere lo stesso ascensore, per montare il servizio ho dovuto recarmi in una sala esterna. Si riunì il comitato di redazione per gestire il caso e nessuno voleva aiutarmi a montare, trovai solo un ragazzo che si offrì, fu una situazione surreale”.

Il giornalista Alessio Fusco di Mediaset che è a casa a Milano, da solo, per rispettare l’invito alle due settimane di isolamento, racconta: “Ero stato a Castiglione D’Adda e a Codogno quando c’erano solo tre contagiati, ho intervistato il papà del primo contagiato di Codogno.

Lui in realtà mi ha parlato che era a casa, dalla finestra, con la persiana chiusa, ma Mediaset mi ha invitato a rimanere nella mia abitazione come da disposizioni del Ministero della Salute. Faccio la spesa online io mi attengo alle disposizioni, certo due settimane in casa sono lunghe”.

Nel frattempo, il programma Le Iene andrà in onda senza pubblico, per la prima volta in 24 anni, martedì 25 e giovedì 27 febbraio“.

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TPI