giorgio levi

Enrico Mentana: “Nei master vecchi giornalisti spiegano ai giovani quanto loro erano belli e bravi”. Postiglione e Cotroneo: “Le scuole sono il punto chiave del futuro della professione”

Ho un mio poeta di riferimento, che scrive:

Dal mio piccolo aereo
di stelle io ne vedo
seguo i loro segnali
e mostro le mie insegne
la voglio fare tutta questa strada
fino al punto esatto
in cui si spegne“.

E’ esattamente quello che ho cercato di fare in 40 anni di professione. Volare tra le stelle (ma soprattutto tra lo sterco) di questo mestiere con il mio piccolo aereo (e di rotte ne ho seguite tante), mostare le mie insegne (non sempre amichevoli) e arrivare fino in fondo alla strada. Ivano Fossati scrive poesie d’amore, mica cazzabubbole per giornalisti. Ma in quei versi  ci si può specchiare anche per le altre cose della vita.

Il mio piccolo aereo è stato in volo per tutto questo lunghissimo tempo. Ora che è planato mi domando spesso su che aereo saliranno i ragazzi che oggi sognano di diventare giornalisti. E come faranno a volare tra le loro stelle.  Cerco risposte, non ci perdo il sonno, ma la questione è complessa. Ieri ho trascorso la mattinata e il pomeriggio ad un confronto tra giornalisti nel ricordo della morte tragica di Carlo Casalegno, l’uomo che ha sacrificato la propria vita per difendere la sua (e la nostra) idea di Stato libero e democratico.

Il tema di fondo era: come affrontiamo il futuro della professione e che che cosa offriamo ai giovani che ci credono? Ho preso appunti, come facevo una volta, poi mi sono accorto di non capirci niente. Voglio dire, non sono riuscito a tirare le fila di tutti i discorsi che ho sentito.  Mi perdo, come nelle assemblee del ’68 del Movimento Studentesco. Eppure qui gli oratori erano di primissimo piano (evento formativo, 8 crediti deontologici). Ho sentito Enrico Mentana (direttore del Tg della 7),  Maurizio Molinari (direttore della Stampa), e poi nel pomeriggio Venanzio Postiglione (vice direttore del Corriere della Sera), Roberto Cotroneo, Carlo Verna (inviato Rai e neo presidente nazionale dell’Ordine dei giornalisti). Insomma, un parterre de roi mica da poco.

Diciamo, che mi è sfuggito il progetto politico dal quale partire per costruire la professione dei prossimi 10 anni. E quali strumenti adeguati sappiamo offrire alle future generazioni per affrontare un tempo come questo, stravolto dall’esplosione della rete, dal calo drammatico dei lettori, dall’invasione delle fake news. Avrei voluto comporre una ricetta per me, o almeno individuare una traccia o il disegno di un percorso tra le stelle per i nuovi piccoli aerei di questo Millennio.

Per dire, si è dibattuto molto sulle scuole di giornalismo, il nodo centrale dell’avviamento alla professione.  Si sa che Mentana non è un tipo tenero su questo tema: “I master hanno insegnanti vecchi che raccontano di quanto erano bravi loro.  Per questo l’informazione di oggi non viene costruita per i giovani giornalisti”. Pur in un duello a distanza (erano due dibattiti diversi) Cotroneo e Postiglione (entrambi dirigono master di giornalismo) non ci stanno: “Le scuole sono il punto chiave. Perché viene fatta una rigorosa selezione. Cotroneo va oltre: “Dobbiamo arrivare ad una laurea in giornalismo triennale e una magistrale che svolga le funzioni di praticantato”.  Carlo Verna ipotizza un Ordine dei giornalisti come una sorta di “agenzia culturale che s’interfaccia con l’università”.

Tutto molto confortante. Dopo anni di retroguardia un presidente dell’Ordine invoca una riforma radicale e un mutamento di obiettivi. Evviva, sto con lui. Ma la domanda vera è: quanto sono disposti gli editori di questo Paese ad investire in questa epocale rivoluzione, come è accaduto negli Stati Uniti? Gli stessi industriali che lamentano da decenni una crisi inestinguibile, ieri era il costo della carta oggi è internet, quanta parte del loro bilancio destinerebbero a incubatori (lo chiede Mentana) di giornalisti? Dovrebbero farlo lo Stato e le università a proprie spese?

E poi un’altra cosa. Mentana invoca la rottamazione dei vecchi giornalisti (dei magistrati, degli avvocati, dei medici, non la sua), altrimenti il cambio generazionale non si compirà. Ma se un giornalista diversamente giovane ha un’agenda di contatti alta così, fonti certe e verificate, frutto di un lavoro di 40 anni di professione, capacità invidiabile di scrittura, perché dovrebbe essere gettato nella differenziata con tutto il suo bagaglio prezioso? Si tratta di scrittura, mica deve spaccare il marmo in una cava delle Alpi Apuane. Le notizie sono dove sono sempre state. Sono cambiati i mezzi per distibuirle, non la capacità dei giornalisti a raccontarle. Con le parole, i video, le fotografie. E l’età non c’entra, fino a poco tempo fa il cambio generazionale nelle redazioni avveniva così. Forse più lentamente, scambiandosi i ruoli, un po’ alla volta. Vogliamo correre con i 240 caratteri di Twitter per paura di perdere una notizia o scegliamo una visione ragionata del mondo che deriva dall’esperienza di anni di mestiere? Forse sono due strade diverse, ma una non esclude l’altra. Dobbiamo continuare a fare i conti con la disoccupazione o chiediamo agli editori di mostrarci i loro piani d’investimento che prevedano assunzioni adeguate alla spinta della rivoluzione? Comunque, Mitraglia si è beccato l’applauso più lungo della giornata. Una ragione ci sarà.

Bah, lo so che non ci sono risposte. D’altra parte io sono un novecentesco, come avrebbe detto Mentana ieri, e tutta questa spipazzata potevo chiederla al parterre de roi che avevo di fronte e non l’ho fatto. Alle 14, dopo il panino imbottito di speck e brie (buono) al bar del Campus Einaudi, mi sono leggermente abbioccato nell’aria calda della terz’ultima fila dell’aula magna. Ho aperto gli occhi e tutti sorridevano.