giorgio levi

E dopo il master dove vado?

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Mi ero riproposto di non scrivere più del master di giornalismo. E’ una faccenda che alla lunga annoia. Tra sei mesi ne riparliamo. L’altra sera però alla presentazione del libro di Vera Schiavazzi il direttore di Repubblica Mario Calabresi è tornato sull’argomento. A Calabresi le scuole di giornalismo piacciono, soprattutto quelle americane. Lui che è arrivato alla professione dall’Ifg di Milano, ha da anni questo progetto di fare del master di Torino l’eccellenza d’Italia. Una scuola che sia il naturale serbatoio (chiedo scusa per la parola) della Stampa e di Repubblica, il talent della scrittura, l’orgoglio della professione. Una roba che quando uno dice che ha frequentato il Giorgio Bocca di Torino quando arriva a Roma a fare l’esame orale da professionista lo fanno sedere dall’altra parte della cattedra. E quando esce da lì non deve fare altro che correre in piazza Indipendenza e occupare per bene la sua scrivania già infiocchettata per lui. “Da dove vieni ragazzo?” “Dal master di Torino!” “Urca!”. Più o meno dovrebbe funzionare così.

Affinché non ci siano fraintendimenti voglio dire che la penso esattamente così. E’ un progetto di tutto rispetto, perfettamente calato nella realtà, è il giornalismo 3.0, è il sogno realizzabile di ogni ragazzo che s’innamora del mestiere. L’avessimo avuta noi questa possibilità negli anni Settanta, invece di dar via le chiappe per un posto da abusivi. Comunque.

L’altro ieri mi scrive un ragazzo (laureato neh)  che ha finito adesso il biennio del master. E’ una mail affettuosa (come altre che ho ricevuto in questi anni, perché questa è tutta gente educata e colta) e nella sostanza mi chiede: che consiglio puoi darmi ora? Dove posso trovare lavoro? Come faccio ad entrare in un giornale? Così io gli rispondo come avrei fatto ad un ragazzo negli anni Settanta. Fatti promuovere a Roma, bussa a qualche porta, chiedi consiglio a chi conosci dentro una redazione, punta ad un contratto a termine, poi si vedrà. Fatti notare, fai il bravo, non cadere nella trappola dei collaboratori. Farai la fame (ma questo lo saprà soltanto ora).

La domanda è: perché un allievo del master che ha completato il suo praticantato, ha fatto i suoi stages, ha studiato due anni, lavorato, sgobbato, è stato lontano da casa, ha speso un pacco di quattrini, ha qualche collaborazione da parte, mi chiede dove può andare a lavorare, adesso?

Il tema è complesso e ne abbiamo già discusso in tutte le salse. Il problema non è il master super innovativo-rete-social-gooogle-docenti star dagli Usa. Andrebbe benissimo. La questione vera è che il mercato del lavoro sta a zero. E non c’è nessun segnale che indichi anche una pur vaga ripresa. Il tracciato è piatto. Quella che è ben più di una voce dice che Repubblica, al termine dell’acquisizione della Stampa e del Secolo XIX, avrà un esubero di 150 giornalisti. E se la Stampa è destinato a diventare un quotidiano interregionale (Mondardino dixit) che cosa se ne fa dell’attuale organico, quando un giornale locale lavora bene con 70 giornalisti? E se l’Agenzia Agl del gruppo Espresso (quelli che confezionano le pagine nazionali per i quotidiani locali) avrà tra tre mesi un esubero di più di 20 persone, dove andranno questi poveretti?

Allora, la difesa dei master è fuori dal tempo, è un egoismo, è un sogno virtuale. Qualche tempo fa, in un dibattito consigliare dell’Ordine, dissi che era meglio sospendere il master di Torino per due anni. E vedere, valutare, osservare il mercato. E’ dannoso e vile produrre disoccupati o sotto occupati o schiavi a 5 euro a pezzo. E poi rispondere a questa domanda: quante possibilità hanno i 20 ragazzi che superano la selezione di trovare un lavoro a fine corso? Il 100% di loro lavorerà? Il 70% avrà un buon contratto? Il 30% avrà un’assunzione? E’ quasi inutile dire che sono stato valutato come un disfattista, una specie di rompi coglioni, uno che lo fa per partito preso. Il tempo dirà chi ha ragione. Ma la parola finale spetterà al mercato. E se gli editori  continueranno a concentrare testate e a produrre esuberi mi sa che passeranno secoli prima che torni quello di trent’anni fa.

3 thoughts on “E dopo il master dove vado?

  1. Ti ringrazio per l’onestà. Sarò, credo, ancora più pessimista di te. Dopo oltre 15 anni di “gavetta” – non so se si può chiamare così – sono arrivata a 40 anni accumulando una cinquantina di rinnovi contrattuali (trimestrali, quando andava bene). Mi sono formata (laurea, stage, dottorato di ricerca) ma di prospettive ne vedo veramente poche. Paradossalmente, il traguardo del praticantato mi mette di fronte ad un bivio: faccio l’esame oppure basta, getto la spugna, ci rinuncio? A chi comincia oggi forse direi una cosa: di farlo all’estero, una strada che io non ho tentato…

  2. Io, a 39 anni, getto la spugna. A cosa sono serviti due lauree, due master e il tesserino da professionista? La verità è che il nostro mestiere non vale più niente. L’offerta supera enormemente la domanda: perché pagarci adeguatamente, quando c’è gente che può scrivere gratis, in cambio di “visibilità”? E chi se ne importa poi dell’autorevolezza, dei titoli, della professionalità.

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