giorgio levi

Le 5 ragioni speciali per le quali sfilo anche quest’anno al corteo del Primo Maggio. Con i colleghi della Subalpina

primo maggio

Potrei andare al mare a cacciare questo orribile ritorno d’inverno. Invece no. Resto qui, e per giunta sembra che domenica pioverà tutto il giorno. Evviva. Ho però 5 buoni motivi per sfilare al corteo dei lavoratori il Primo Maggio con i miei colleghi, oltre a quelli elencati dal segretario della Subalpina Stefano Tallia nel suo editoriale. Vediamo.

  1. Mi piace perché ci troviamo al Caffè Elena, che è una somma di ricordi di mille altre manifestazioni dei lontanissmi anni della contestazione studentesca. Capita a tutti i vecchi, come se potessimo riannodare quel filo che non c’è più. E poi per anni ho creduto che bastasse prendere quattro appunti al Caffè Elena per diventare come Pavese. Insomma, non so perché ma è così.
  2. Mi piace perché lì trovo non facce di colleghi, ma volti amici. Che a volte hanno un po’ quell’aria compassionevole che si ha verso gli anziani, ma sono donne e uomini per bene. Dedicano buona parte del loro tempo a lavorare per questa disgraziata categoria. Lavoratori, disoccupati, giovani che lottano per un dannato posto di lavoro o anche solo per uno stipendio decente. Sto con loro, sempre. Vorrei più battaglie, anche cruente, questo sì.
  3. Mi piace perché abbiamo uno striscione sproporzionato al numero di giornalisti-manifestanti presenti. Fa effetto vederlo. Un anno i grillini in piazza Castello ci hanno sputato addosso. Ma io ero contento.
  4. Mi piace perché manifestare in piazza lo sento come un dovere. In questi giorni ho riascoltato su Spotify La Ballata di Pinelli, la versione cantata da quel matto dell’anarchico Montelupo. La prima volta l’avevo sentita all’inizio degli anni Settanta in un corteo in via Po, un gigantesco coro collettivo. Manifestavamo contro un delitto orrendo ed era un dovere farlo.
  5. Mi piace perché stare uniti, anche se in  pochi, è l’ultima carta che ci resta da giocare. In questo mondo fatto di acquisizioni, concentrazioni editoriali, lucchetti alla libertà d’espressione. Io non credo ad una parola di quello che dicono gli editori. Il mercato, come se fosse quella la ragione per cui esiste il mestiere di giornalista. Signori editori, raccontatela ad altri, non a me. Ho letto l’articolo di Valentino Parlato sullo speciale del Manifesto di questi giorni. Scrive a proposito della “missione” del suo giornale: “Va stabilita una linea di demarcazione , con animo che Gramsci chiamava partigiano, tra chi è contro l’ordine costituito e chi in esso si adagia”. E’ quello che dovremmo fare anche noi, nella nostra professione, ogni giorno.

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