giorgio levi

Quel pranzo al Lingotto con Monicelli

Seguo nel 2002 il Torino Film Festival, che in quell’anno si svolge al Lingotto, nelle sale del multiplex. L’organizzazione è sparsa in numerosi uffici. Le pause pranzo si svolgono quasi tutte al ristorante dell’Hotel Meridien, affollato per ore di attori e registi. Lavoro per Torino Sette de La Stampa e con un gruppo di colleghi corriamo da una conferenza stampa all’altra. Per il pomeriggio di quel giorno ho in programma un incontro con John Milius, il leggendario regista di “Un mercoledì da leoni” e “Corvo rosso non avrai il mio scalpo”. Mi sono anche portato da casa una cassetta di un suo film per farmela autografare.

Alle due il ristorante è strapieno, una gran caciara tra gli stranieri, l’ingresso è occupato da cavi, telecamere, microfoni. L’immagine è quella di un bivacco rumoroso e divertito. Sono seduto con altri al tavolo di Torino Sette, mangiamo, discutiamo, programmiamo il pomeriggio. Sulla porta si affaccia un gruppo di persone, tra le quali Alberto Barbera, ex direttore del Festival di Venezia. Accompagnano un uomo che in quella sala non c’è bisogno di spiegare a nessuno chi sia. Osservo un paio di giovani attori e registi cinesi che si alzano e fanno uno dei loro tradizionali inchini. Poi come un’onda tutti questi ragazzi del cinema, che arrivano da ogni parte del mondo, sono in piedi. Mario Monicelli ha i suoi occhiali scuri, sorride. Per tutti noi è un momento di grande commozione.

Un’addetta stampa del festival viene al nostro tavolo e ci chiede se possiamo fare un posto per il maestro. Siamo così stipati che ci diamo di gomito mangiando, in tre secondi ci stringiamo così tanto che il tavolo sembra vuoto. Il maestro saluta tutti, passa tra gli altri tavoli stringendo mani, raccogliendo applausi. Arriva da noi e si siede a capotavola. Io sono esattamente all’angolo di quel capotavola. Mi chiede che cosa stiamo mangiando e così gli illustro il menù, poi vuol sapere chi siamo e per chi lavoriamo. La sua assistente ci dice che ha fretta perché l’aereo parte per Roma nel primo pomeriggio. Monicelli però racconta, racconta, racconta. E’ di ottimo umore, infila parlando pezzi di grande storia del cinema. Io non oso tirare fuori il taccuino che ho nella tasca dei pantaloni, metto tutto in memoria. Racconta dei suoi film, della sua gioventù, degli attori con cui ha lavorato.

Ad un certo punto, voltandosi e guardando fuori, mi tocca un braccio e mi chiede:

“Qui siamo al Lingotto vero?”.
“Sì maestro, qui c’erano le officine della Fiat”.
“Lo sa che a Torino ho girato il mio film I Compagni?”
“Certo maestro, ma com’era la città in quegli anni?”
“Adesso le racconto un particolare”
Sto lì muto.

Monicelli: “Un giorno durante le riprese m’invita nella sua villa l’avvocato Agnelli. Ci vado volentieri. Parliamo a lungo, mi chiede del film, degli attori, poi ad un certo punto dice: ma lo sa Monicelli che tutti questi meridionali vengono a Torino e abitano in topaie nel centro della città? Ma come fanno? Lo guardo e gli dico: avvocato non saranno mica venuti da soli, non li avrà per caso chiamati lei per portarli in fabbrica? Ha capito? Lui Agnelli dice a me che giro Compagni che gli operai stanno in case che sembrano pollai. Devo averlo guardato con una faccia”.

Monicelli resta con noi un paio d’ore, quando se ne va lo vedo camminare lentamente accompagnato dai suoi assistenti verso un’auto parcheggiata, esattamente in quello che era il cortile della Grande Fabbrica, lì dove tutte le mattine all’alba sfilavano migliaia di operai.

Di questo incontro ho scritto quel pomeriggio un articolo per Torino Sette. Ma quel giorno non ho detto tutto. Ho tagliato dal mio pezzo il dettaglio sull’avvocato Agnelli. Questa è la prima volta che lo racconto.

Monicelli è morto come Cesare Pavese, Primo Levi e Franco Lucentini.

PS. PS. Ho girato il primitivo video Facce da Festival in quei giorni, tra i tanti volti di quella edizione in un frammento si vede anche Mario Monicelli.