giorgio levi

La rivoluzione del giornalismo americano. La fiction “The Paper” racconta il declino di un quotidiano di provincia. In 20 anni negli Usa sono state chiuse 3.200 testate

(fotografia di atiss260)

Questa nuova serie è ambientata in un piccolo giornale dell’Ohio. La crisi della carta stampata si fa sentire e il mercato è comandato dai podcaster tatuati, mentre i giornali locali continuano a chiudere. La fiction, made in Usa, s’intitola The Paper, nuovo spin-off di The Office, con Sabrina Impacciatore, come la nuova Michael Scott, e il ritorno di Oscar Nuñez nei panni di Oscar Martinez. La prima puntata andrà in onda su Sky e Now il 26 gennaio.

Riprendo l’articolo pubblicato su Il Foglio. E’ un lungo reportage, che parte dalla trama di The Paper e si allarga all’interno della grande crisi editoriale americana e del tramonto della carta. Ma è anche l’occasione per uno straordinario viaggio nel giornalismo di oggi, dagli Usa all’Italia.

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Da Il Foglio

di Michele Masneri

Perché i giornali non interessano a nessuno”: questa è la risposta che qualche tempo fa dette un boss della tv alla mia domanda accorata sul perché si fanno serie e film veramente su tutto, su stilisti visionari e su agenzie di pubblicità, su preti detective e piccoli reclusi, e pure il remake di Sandokan, ma non sui giornali. Mi soccorre ora dall’America The Paper, spinoff del glorioso The Office, che tracima in questa commedia ambientata al Toledo Truth Teller, immaginario ex glorioso quotidiano dell’Ohio, devastato dalla crisi, incorporato in una compagnia che produce carta igienica. C’è sempre la trovata di un finto documentario aziendale come nell’originale, che ne aumenta il lato fantozziano (e Fantozzi, volontario o no, è molto presente).

Prodotta da Ricky Gervais e scritta da Greg Daniels, che ha creato The Office trasformandolo nel culto televisivo che è, oltre ad aver ideato alcune delle puntate migliori dei Simpson, The Paper è un Boris della carta stampata, ambientato in un giornale tipo La Nuova Sardegna o La Sentinella del Canavese però americano, e in un tempo in cui i redattori non sanno cos’è una notizia, e i cittadini nemmeno. Tra i protagonisti, Sabrina Impacciatore che dopo l’unica stagione veramente brutta di The White Lotussi consolida nello status di brillante promessa di star italiana in America, e qui come ha scritto il Guardian gets the best lines of the seriese, fa Esmeralda Grand, un sublime personaggio di caporedattrice italiana cialtrona che ha cinquantun anni ma ne dichiara 37, strizza l’occhio ai lettori con articoli acchiappa-clic come Non indovinerete mai quanto dà di mancia Ben Affleck al suo autista e assicura che siamo molto preoccupati per il riscaldamento climatico”. Esmeralda Grand ha però anche un cuore, è infatti vittima di truffe online, manda soldi a un fidanzato immaginario, una specie di Mark Caltagirone (che non c’entra niente con l’editore del Messaggero, ma potrebbe essere una bella sottotrama).

E’ il simbolo del giornalismo che si è completamente adattato e arreso, e reagisce malissimo quando arriva invece un giovane nuovo direttore, Ned (Domhnall Gleeson), idealista e innamorato dei giornali, che si commuove tra le vecchie rotative, anche se è direttore per incarico premio, distintosi infatti come venditore dell’anno di carta igienica. Il suo cammino è accidentato: non solo c’è zero budget, ma viene prima chiuso a chiave in uno stanzino dai redattori sospettosi che sia un intruso. Poi irriso, infine si produce in un discorso motivazionale su un predellino che sembra quello di Succession in cui Logan Roy rilanciava il morale e la sua emittente tv ma qui non se lo fila nessuno e appunto gli ridono in faccia.

L’unica redattrice che sappia più o meno cos’è ancora un giornale, ed è dunque l’unica entusiasta del nuovo capo, è Mare Pritti (Chelsea Frei), abituata però ormai anche lei a copia- incollare notizie di agenzia, oltre a giocare a Tetris. E’ l’antagonista di Esmeralda Grand, che mette in giro la voce che sia asessuale. Nicole Lee (Ramona Young), responsabile della diffusione, dichiara invece che se cliccano accetto tutti i cookies, ci venderemo almeno le informazionidei lettori, facendo pochi soldi ma comunque più che vendendo informazioneai lettori.

Un altro antagonista è un ragazzino che gestisce un blog rivale con 300 mila followers o abbonati, e il nostro direttore indignato dalla lettura del blog sgrammaticato non resiste e scrive un commento acido in cui sottolinea come apice del disastro culturale sia il fatto che il ragazzino confonda la parola flammable con inflammable e naturalmente la questione si trasforma in una grande shitstorm in cui il direttore poi è costretto a scusarsi e umiliarsi pubblicamente per la microaggressione e il bullismo ai danni del ragazzino che sostiene che flammable e inflammable sono la stessa cosa, e poi il direttore scopre che flammable e inflammable sono la stessa cosa. Ma il direttore si allea con Esmeralda Grand per vendicarsi. Un finto scoop con un finto comunicato stampa circa un’azienda che licenzierà in massa, mandata al ragazzino che abbocca, ma siccome nessuno controlla più niente, al giornale serio lo cazziano pure, il direttore, perché si è fatto sfuggire lo scoop dell’azienda che licenzia, non importa che i licenziamenti siano falsi e inventati da lui. Il dirigente aziendale, inglese, impacciato, assurdo come un mega direttore però à la Monty Python, è Tim Key, che a un certo punto in una riunione in cui si decidono le strategie del giornale per il Pride sfodera rotoli di carta igienica arcobaleno, ma anche tovaglioli da brunch perché i gay amano il brunch.

Una puntata è dedicata al churnalism e agli advertorials, insomma alle marchette, quando l’intera redazione inizia a testare prodotti omaggio: una maschera per il viso coreana che si rivelerà urticante, una kombucha andata a male, degli elettrodi per gli addominali dolorosissimi. Come non pensare alle pagine beauty dei giornaloni anche italiani, alle interviste agli stilisti sempre igonigi e visionari (una volta qui si fece un pezzo su un fondamentale stilista, anche con spirito deferente… apriti cielo, andava chiamato innanzitutto creative director, e naturalmente visionario).

Il prestigio e l’autorevolezza sono perduti, e in The Paper tutti, dal poliziotto alla bibliotecaria locale, rispondono malissimo ai giornalisti, perché non capiscono bene che lavoro facciano, comunque intuiscono che sono dei poveracci. Aiuta l’iperrealismo per cui nella puntata in cui Esmeralda viene travolta dal Mark Caltagirone del caso tutti i giornalisti si installano una app di incontri per stanare il truffatore, tranne Oscar Nuñez che interpreta il contabile Oscar Martínez (già inThe Office). Lui dice di odiare le app di incontri, ma mentre parla ecco il trillo caratteristico di Grindr, l’app di incontri gay (in una serie italiana, si troverebbe un suono d’arpa o d’altro strumento, per non pagare i diritti, o il classico ’o dimo borisiano, ma poi il pubblico italiano abituato alle repliche di Montalbano non saprebbe bene cos’è Grindr).

Se siete arrivati fino a questo punto del pezzo, anche scaricato illegalmente, anche con pdf estorti ai cugini, va detto che questa non è solo una storia per amanti dei giornali, anzi. Se vi fanno schifo, se ci disprezzate, The Paper, in onda dal 26 su Sky e su Now, fa per voi. Viconfermerà nei vostri bias, come direbbe Esmeralda Grand. Ed è proprio strana questa mancanza di offerta di redazioni da deridere al cinema o in tv. Resiste l’antico filone epico a partire da Tutti gli uomini del presidente, che raccontava come il Washington Post scoprì il Watergate, con giornalisti sex symbol impersonati da Robert Redford e Dustin Hoffman in un trionfo di camicie di flanella a impersonare i veri Carl Bernstein e Bob Woodward, kalos kai agathos che smascherano i corrotti. E poi Spotlight, The Post, Good Night and Good Luck, e poi certo Quinto Potere, si veda il Minuz accanto, ma soprattutto tutto un giornalismo schiena dritta di maschi coraggiosi cani da guardia del potere (in The Paper invece i redattori ormai incapaci di redigere vengono mandati in cerca di notizie, e, al parco, interrogano giovani annoiati su cosa ci sia di nuovo, e questi, per prenderli in giro, dicono facciamo dogging, cioè abbaiano, e camminano a quattro zampe, e i giornalisti riportano tutto come interessante nuovo trend di costume).

E’ proprio questo canismo che vogliamo vedere! Non il dogging ma il canismo che non è stato per niente raccontato: l’ambiente di lavoro sgarrupato, gli ego sproporzionati alle ambizioni, il cialtronismo e l’analfabetismo di tutti gli autopercepiti allievi di Montanelli, le tentazioni instagrammatiche dell’Esmeralda Grand collettiva che si selfa felice con l’intervistato. Oggi poi descrivere eroicamente i cani da guardia del potere farebbe sorridere: in America, oggi, su un giornalista in flanella come Woodward non solo non ci farebbero più un film serio, ma, alla Casa Bianca, il serio in flanella verrebbe subito apostrofato da un presidente e dai suoi sgherri con un: Ma come ti sei vestito! Non ce l’hai un abito buono? (e se donna, invece: “Zitta tu! Stupida! Porcona!, traduzione libera del piggy trumpiano. Oggi il Woodward ammirato e rispettato sarebbe un podcaster tatuato con l’orecchino, sia da noi che da loro, perché un’altra differenza rispetto al passato è che il delta (direbbero tutte le Esmeralde Grand) tra l’impero e le province si è abbassato, così se loro oggi hanno Rogan, noi abbiamo Corona, il Woodward che ci possiamo permettere.

Ma insomma: se perfino le agenzie di pubblicità sono luoghi di lavoro degni per farci serie, e non parliamo di Mad Men ma di Emily in Paris, solo i giornali no? A proposito di Emily, straordinaria la parte romana, con una principessa che si chiama Gianna Grapezzi di Saturnia, nome che pare coniato da una AI ubriaca addestrata sui necrologi del Messaggero.

Ecco, per esempio, io vorrei vedere una sit com ambientata proprio nella sezione necrologi di un quotidiano, locale o nazionale, dove i necrologisti un tempo immagino snobbati dai piani alti oggi saranno tenuti in palmo di mano, in quanto unico reparto in attivo. Magari al Corriere, con l’addetto o addetta che riceve i necrologiperformance di Luca Guadagnino, come l’ultimo dedicato al regista Béla Tarr, famoso per le pellicole fiume, e scritto tutto al femminile, la nostra venerata, lunghissima Béla, andato in stampa così, forse perché non si è avuto tempo di controllare o forse perché la realtà è barocca o perché trecento euro sono trecento euro, direbbe Esmeralda.

Certo, c’è la sublime Succession che ha mostrato il lato più agghiacciante dell’informazione e i suoi proprietari, non solo della famiglia psicopatica simil-Murdoch ma anche di ineccepibili eredi di legacy media cioè i giornaloni, come la dinastia Pierce che invita per un weekend i nuovi ricchi Murdoch e Roy nella tenuta di Long Island, ostentando snobismo ma in realtà tirando il più possibile sul prezzo, e dimostrandosi più laida del nuovo ricco (i Pierce sono una versione fittizia dei veri Bancroft che vendettero il Wall Street Journal a Murdoch).

Ma prevale sempre il filone serioso-complottista: anche con la recente The Morning Show su Apple Tv, dopo un po’ sfinente tra complotti e colpi di scena. Anche in Italia: ci si ricorda un classicone anni Novanta, Il muro di gomma di Marco Risi, su un giornalista del Corriere alle prese con Ustica. Ultimamente non è male Playmen su Netflix, sulla storia di Adelina Tattilo che da pia signora si trovò a gestire il magazine porno-riflessivo d’Italia. Però per esempio nessuno ha mai fatto un film su Giulia Maria Crespi, una Bancroft mica male, l’editrice del Corriere che convocava direttori e giornalisti nelle sue tenute lombarde, tra nebbia e zanzare (un weekend di Indro Montanelli alla Zelata farebbe forse anche grandi numeri).

Si è visto avidamente anche il documentario su Ghislaine Maxwell, che prima di diventare la spicciafaccende di Epstein era soprattutto la figlia di Robert Maxwell, il più grande editore inglese del suo tempo, salvo poi fallire fregandosi i fondi pensione dei suoi dipendenti, e morire misteriosamente cadendo da una barca. Come del resto Adrienne Vaughan, presidente di Bloomsbury (la casa editrice di Harry Potter), cascata due anni fa dal motoscafo in Costiera Amalfitana e sminuzzata dalle eliche. Morire in barca insomma è la malattia professionale degli editori.

E dei congiunti. Come Toni Bisaglia, importante democristiano che annega a Portofino nel 1984, cadendo dallo yacht di Romilda Bollati (edizioni Bollati Boringhieri). Ma anche non sarebbero male le avventure acquatiche di Carlo Caracciolo all’Argentario sul gozzo di Roberto Olivetti, o sul Fior di Mare, già dell’ambasciatore Caracciolo père, poi di Carlo ma prima ancora appartenuto a Italo Balbo quando faceva il trasvolatore con Orbetello base degli idrovolanti…). Altro che i bòri bloccati a Saint Barth come una Fregene globale nel giorno der rientro.

E Rizzoli? Editore del Corriere, e di libri e di cinema, era famoso per il suo Sereno, detto la barca dei cessi, per le cabine tutte col loro bagno, novità sconvolgente nel Dopoguerra italiano. E gli Angelucci, editori del Giornale e del Tempo e di Libero oggi? Ex portantino diventato boss delle cliniche, mi raccontano che il capofamiglia Tonino, raggiunto il successo, volle offrire alla prima moglie amatissima Silvana (la finanziaria di famiglia si chiama Tosinvest, da Tonino e Silvana) un viaggio a New York, ma lei soffriva l’aereo, così si andò in nave, ma salpati da Civitavecchia, lei muore nella traversata.

Tanta roba, direbbe un redattore di un Paper italiano. E appunto, si fanno film veramente su tutto: a Portofino, scena centrale del biopic su Ennio Doris, quando il futuro banchiere incontra il futuro Cav. E Brunello Cucinelli? Ce l’avrà la barca? Questi biopic fatti in casa fanno poi incassi pazzeschi, e si immaginano i dipendenti forse costretti alla visione, tipo mega direttore Guidobaldo Maria Cucinelli-Riccardelli.

Ma tornando ai necrologi, e a Fantozzi, si racconta che il mitico editore del Tempo, Renato Angiolillo, la sera prelevasse gli incassi funebri della giornata e se li andasse a giocare a Montecarlo. E che dire di un film sulla moglie Maria, gran dama vogherese, con salotto a piazza di Spagna? Amica di un’altra mica male, Cristina Ford, veneta, che sposò l’erede delle automobili?

La famiglia possedette il Dearborn Independent, settimanale con base a Detroit che era secondo solo al New York Times. Henry Ford era un convinto pacifista, contrario all’entrata in guerra dell’America, convintissimo che fosse stata istigata dagli ebrei tedeschi e inglesi. Gli ebrei erano la sua ossessione, e si pregiava di non assumerne manco uno nelle sue aziende. Poi il giornale chiuse perché gli ebrei a un certo punto si stufarono e gli fecero causa. Adesso i giornali locali americani sono decimati (forse colpa degli ebrei anche questa). Chiuderà presto i battenti uno dei più antichi, il Pittsburgh Post-Gazette, nato nel 1786. Ma sono oltre 3.200 le testate locali scomparse negli ultimi 20 anni negli Stati Uniti.

In Italia il fiore all’occhiello del principe Caracciolo erano proprio i quotidiani del territorio, anche come sistema coloniale di scouting da cui arrivavano i talenti (vedi Concita De Gregorio dal Tirreno). Adesso varie cordate se li sono accaparrati, mentre a Roma si inaugura la mostra per i 50 anni di Repubblica, al mattatoio (tragica simbologia), ma è tutto un po’ una macelleria, greco-romana, con le pagine culturali ormai affidate ai talent, mentre altrove al gloriosissimo Corriere monta l’overdose di interviste (Esmeralda, sei tu?) alla cugina della semi-famosa annunciatrice e al gemello del cantante che rivela una segreta depressione. Però dietro tutto questo ci sarebbe anche tanto materiale narrativo e cinematografico, con le torri di Repubblica all’Eur da due scese a una, poi a mezza, poi solo un piano terra, come Fantozzi quando comincia a perdere al casinò e gli scompaiono i mobili e i ficus. E La Terrazza quando si restringe l’ufficio Rai; tra l’altro Rep. oggi è attaccata al palazzo dove sono esiliati pure i dipendenti Rai, visto che viale Mazzini è in restauro causa amianto.

O con i viaggi col giornalista, ultimo ritrovato delle antiche testate per fatturare. Uno si immagina il vecchio inviato à la Evelyn Waugh a scortare gruppi di pensionati lombardi paganti, tra l’India coloniale e la Cina di Mao che conosce a menadito, ma in realtà i giornalisti sono scelti a caso, cioè magari vai in India con uno che segue il volley a Bologna e non è mai stato in Asia, e l’esperto di Asia ti guida invece a Napoli, dove non è pratico, a comprare le mozzarelle (almeno, pagando, pretenderei di andarci con un gourmet del Mattino. Ma il sogno sarebbe la Russia, magari con Orsini).

Ma è un mondo complicato, ci siamo dentro tutti, non si può infierire. L’anno scorso per esempio lanciarono un tipo di abbonamento bizzarro al Foglio, genere incontra il tuo giornalista del cuore. Rispose solo un lettore, per me. Poi cancellò qualche giorno prima dell’incontro. Ghostato come Esmeralda dal suo fidanzato immaginario.

L’unica è ridere, insomma, sulle nostre miserie. E The Paper fa molto ridere, e non è vero alla fine quel che mi disse il pezzo grosso. Cioè, è ovvio che nessuno legge i giornali, ma tutti amano odiarci. Sempre di più. Basta guardare i commenti online. E’ ora dunque di smettere di combattere quest’odio. Fatturiamolo. Monetizziamolo. Rendiamolo cool, come direbbe lei, l’unica, indimenticabile, Esmeralda Grand.

Michele Masneri


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