giorgio levi

Il caso NYT. Ecco come licenzia i giornalisti e cresce in autorevolezza

Ho rivisto in questi True Story (Amazon Prime), un film che secondo me dovrebbero vedere tutti quelli che abitano il mondo dell’informazione. Un giornalista d’inchiesta, uno in grande crescita, viene licenziato dal direttore del New York Times perché si è inventato, all’interno di una storia vera, alcuni dettagli che dovevano servire a rendere l’articolo più accattivante. Tutto si svolge all’inizio del film e la scena del siluramento è davvero notevole. Il giovane giornalista mette in uno scatolone le sue cose, raccolte sulla scrivania, e se ne esce malconcio dal giornale più famoso del mondo, dove era considerato una star fino a poche ore prima. Lui che credeva che, con quella sua inchiesta, sarebbe stato candidato al Premio Pulitzer.

Oggi leggo sulla newsletter Charlie (Il Post) che “Il Il New York Times ha annunciato sabato l’uscita di due giornalisti che erano stati nelle settimane scorse protagonisti di polemiche rispetto a due questioni differenti ma che appartengono a una stessa storia di agitazione e cambiamenti nelle redazioni americane. Uno dei due è uno stimato e popolare giornalista scientifico, al New York Times da quarant’anni, di cui si era saputo di recente che in un viaggio con degli studenti organizzato dal giornale aveva usato il termine dispregiativo “nigger”, a suo dire, citandolo in una discussione proprio per discuterne l’uso (la rigidità della condanna a prescindere dall’intenzione è commentata estesamente qui). L’altro giornalista ad aver deciso di lasciare il giornale era invece coinvolto nella produzione e nella difesa del podcast Caliphate, di cui si era verificata nei mesi scorsi l’infondatezza in alcune ricostruzioni centrali alla storia”.

Ora l’aspetto curioso, almeno per noi, è che nelle settimane precedenti a questi episodi alcuni dipendenti del NYT avevano scritto “una lettera all’editore per criticare che non fossero state prese iniziative più severe nei confronti dei due giornalisti”. Esattamente come nel film, dove il protagonista esce dalla sua redazione, dove era popolarissimo, senza che nessun collega si alzi a dargli la mano o una pacca sulla spalla. Il vuoto assoluto.

Ora, sappiamo tutti che nei giornali Usa questo accade spesso. Ma la domanda è: l’autorevolezza di un grande giornale si conquista con questa durissima intransigenza? Il boom economico del NYT deriva da una filosofia che non ammette errori, sbavature, anche innocenti deviazioni fantasiose? Ovvero, tu giornale voli negli abbonamenti e nella vendita della pubblicità perché i lettori sanno che nei tuoi articoli non passa nemmeno uno spillo sulla verifica dell’autenticità del testo?

Può darsi di sì. Ma allora non è la rete la causa del crollo dei giornali di casa nostra. E’ che perdi lettori perché perdi autorevolezza. Perché la gente non si fida di quello che scrivi. Perché in questo caso la soluzione al problema sarebbe semplice e molto meno costosa che rivoluzionare l’intero sistema economico su cui si regge un giornale.

Tuttavia, c’è un dettaglio che va considerato. Il NYT ha assunto in questo anno di pandemia qualche centinaio di giornalisti in più (siamo intorno ai mille), e non ha lasciato a casa nessuno. Ha cioè costruito una macchina che corre veloce con un motore eccezionale e un equipaggio adeguato, dove tu giornalista, che sei alla guida, non devi anche fare il meccanico che cambia le gomme. Puoi sviluppare i tuoi articoli con la dovuta serietà, ma se sbagli paghi. Per fare tutto questo ha investito miliardi di dollari, esattamente l’opposto di quello che fanno i nostri editori, bravissimi a tagliare i costi sacrificando il lavoro di donne e uomini. Poi vai a spiegarlo ai lettori.

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