giorgio levi

Un post personale. Triste. Mondadori vuole cedere Confidenze

Barbara Cartland

La notizia è che Mondadori ha annunciato l’intenzione di cedere il settimanale Confidenze e la testata TuStyle. In tutto 26 giornalisti, più segretarie, grafici e altro personale. L’editore che rivelerebbe le testate è European Network, che pubblica Astrella, Sirio ed Eva Tremila, il giornale che una volta era il leggendario Eva Duemila. Un piccolo editore, come a Milano ne esistono decine, che va in edicola con il più strampalato bouquet di testate. Che fine faranno i giornalisti? Se lo domanda l’esecutivo del Cdr Mondadori, che ha pubblicato questo comunicato, e la Fnsi che rilancia il messaggio.

Ma questo è un post inevitabilmente triste. Sono molto affezionato a Confidenze. Diciamo, non come a Topolino, ma quasi. Ho scritto dei racconti per Confidenze, che si chiama così perché quando è nato si proponeva di diventare la palestra delle confidenze tra donne. Nella seconda metà degli anni Ottanta ero il più calpestato redattore di Grazia, la corazzata editoriale di Mondadori con Panorama. Al direttore non piacevo, mi schifavano anche i capiredattori e i capiservizio. Ho sempre svolto lavoretti di cucina da sguattero. Mai una gioia, come si direbbe oggi.

Così, per consolarmi dalla frustrazione di redattore scansato, mi ero gettato nel sindacato. Eletto per ben tre tornate nel Cdr del Gruppo mi ero trasformato rapidamente in una piccola belva assetata di sangue, che non perdeva occasione per menare il torrone a qualche direttore. Anche se l’espressione menare non rende l’idea. Se la battaglia per qualche collega era giusta e onesta partivo dalle barricate.

Per rifarmi dalla sciacquatura dei piatti di Grazia avevo instaurato un buon rapporto con il direttore di Confidenze, che era una donna gentile e sorridente. E trasparente nel suo lavoro. Infatti, era l’unica a cui non rompevo le balle sulla pubblicità mascherata da articolo giornalistico, sulla quale campavano allegramente tutti i giornali di Segrate. D’altra parte il fascino di Confidenze, che in quegli anni credo arrivasse a 150 mila copie la settimana, era di avere questo aspetto vecchio, antico, d’antan, come certe riviste femminili di prima della guerra. La rubrica più letta era quella delle bellezza, dove Elena Melik (la stessa redattrice di Grazia) consigliava di tagliare a fette un cetriolo e metterselo sugli occhi (chiusi). Le rughe sarebbero svanite in un giorno.

Un giorno il direttore di Confidenze mi chiede: “Perché non scrivi qualcosa per me?”. Così mi assegna alla rubrica “Vicende di vita vissuta”. In pratica dovevo scrivere racconti che portavano in calce la firma di una lettrice. Finta. La lettrice ero io. Gisella, Samantha e Margherita. Ne ho scritti tre, tutti pagati benissimo. Il racconto doveva avere un risvolto drammatico, uno passionale e uno d’amore cristallino. Tutto condito in una decina di cartelle. Mi piaceva scriverli, mi sentivo leggero.

Al terzo racconto il direttore mi dice: “Sono ben scritti, ma si capisce subito che non sei una donna”.  Puoi sforzarti? La sera mi sono guardato allo specchio, con quei baffi da Stalin (come da lì a poco avrebbe detto Berlusconi), i peli e tutto il resto non mi sentivo per niente donna. Così, alla fine ho ringraziato e mi sono ritirato.

Qualche anno dopo, quando ero già passato ad un quotidiano di Pavia, scompro che il mio caposervizio alla cronaca di Voghera era tra i più prolifici scrittori di Confidenze. Uno bravissimo. Da anni si firmava con nome femminile, ed era considerato tra i migliori. Se ne stava tutto il giorno immerso in qualche delitto o incidente di cronaca nera e la sera si trasformava in una specie di Barbara Cartland in formato casereccio. Per me, inarrivabile.