giorgio levi

Fabbrichiamo bottoni, non notizie

Mi scoccia tornare sempre sugli stessi temi. Vorrei che gli editori di questo Paese fossero diversi, che in questi anni di tempeste fossero cresciuti, che avessero imparato dai tanti errori, che accendessero le luci invece di viaggiare a fari spenti nella notte. Che poi la notte è soprattutto qui, l’Europa dei giornali torna a crescere, online e su carta.  Cairo mostra conti di raccolta pubblicitaria in ripresa,  lo zero virgola qualcosa. Meglio che darsi bottigliate alla Tafazzi, ma qualcuno ha capito dove andare o no?

Il Gruppo Gedi non ha avuto fretta in questi cinque mesi per arrivare alla presentazione del piano industriale. Ci sono stati aggiustamenti qua e là, cosette, nulla di complessivo che riguardi l’intera organizzazione del più grande gruppo italiano di quotidiani. La Stampa, è ormai ufficiale, sarà il capofila dei giornali locali. In via Lugaro apre un desk che confezionerà le pagine nazionali per i 13 quotidiani locali del sottogruppo Gedi News Networks, il lavoro che fino ad oggi era affidato all’agenzia Agl. Se ne occuperanno giornalisti che arrivano da Finegil, gli stessi che lo facevano già prima. Prende corpo la macchina del locale.

Ma questo è tutto? Che cosa c’è prima del 26 aprile, giorno dell’assemblea degli azionisti? I dati di vendita del cartaceo sono sempre in segno negativo, la pubblicità perde su tutti i terreni, la rete non offre riparo. A dicembre, nell’unico incontro (fino ad oggi) in cui l’editore ha illustrato le finalità del gruppo e la ragione dell’inclusione di Stampa e Secolo XIX, qualcuno tra i dirigenti di Gedi, tra il serio e il faceto, disse che non capiva l’ansia di saperne di più. Che fretta c’era di conoscere un piano che avrebbe evidenziato il numero degli esuberi? Forse, e senza tanti forse, il punto centrale è proprio questo. Una questione delicatissima per gli equilibri interni e per i riflessi che avrebbe sull’Inpgi, in debito di ossigeno, con i conti da rimettere in ordine e con l’impossibilità di affrontare altri prepensionamenti o stati di crisi.

In una finta atmosfera di normalità, con le fratture interne tra Carlo De Benedetti e i figli, con John Elkann, azionista di minoranza, che non ha l’aria di uno che vuole stare a guardare, il muro difensivo di Gedi, mostra le prime crepe, da non sottovalutare.

A cominciare dai giornalisti del Secolo XIX, che hanno aperto il fronte delle rivendicazioni. Prima con il comunicato del 30 gennaio e ieri , attraverso il Cdr, con un’altra dura presa di posizione: “La redazione del Secolo XIX, nell’ambito del dibattito sul piano industriale del Gruppo Gnn, rivendica con fierezza e orgoglio la sua missione di quotidiano pluriregionale con vocazione nazionale. Il Secolo XIX è un giornale che si è dimostrato capace di indagare e raccontare fatti e misfatti italiani e territoriali. Tale vocazione non può essere messa in discussione. Così come l’impegno che i suoi giornalisti hanno sempre profuso per garantire la migliore e più utile informazione. A tutela di tale vocazione la redazione del Secolo XIX è pronta a mettere in campo ogni iniziativa ritenuta efficace”.

Questo è un Paese malato se può nascere un’azienda, in un settore così delicato come quello dell’informazione, che non si senta in dovere di mostare subito, il giorno stesso della costituzione societaria, il senso complessivo delle cose. Le finalità, gli obiettivi, il progetto politico ed editoriale, l’impegno economico sugli investimenti di tecnologie e di uomini. Come se una bocciofila acquisisse un circolo del tennis e fondassero un centro sportivo.

Ma che razza di editori abbiamo, se non sentono il dovere di mostrarci il futuro che aspetta i giornalisti, i lavoratori, i poligrafici, gli operai e soprattutto i lettori, quelli che a fatica acquistano il giornale in edicola?

Quando lo faranno sarà comunque tardi. Quel far finta che da mesi tutto vada bene, quel rassicurare che ogni testata resta indipendente (la balla più grossa), che tutto è come prima. Questa è una industria che produce notizie, può formare le coscienze, influire sulla politica, sull’economia, sulla società, sui gusti delle persone. E’ il più delicato settore della vita democratica di un Paese. Eppure c’è una classe imprenditoriale che si comporta come fabbricasse bottoni. Con tutto il rispetto per i bottoni.