In linea di massima non posso che essere d’accordo. L’argomento è talmente delicato che non ammette sofismi. In linea di principio non mi va che l’Ordine dei giornalisti (o chiunque altro) mi dica che cosa posso o non posso scrivere. Mi stringe, mi limita, m’ingabbia. In tanti anni di professione non ho mai dovuto scrivere “baby squillo” e nemmeno titolarci un pezzo. A questo punto è molto probabile che non mi capiterà mai, ma se dovesse succedere scriverò, se lo riterrò necessario, “baby squillo”. Ci sono principi che contano molto più delle regole.
Comunque questo il testo dell’ordine del giorno di ieri 19 maggio.
“Il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei giornalisti ricorda a tutte le colleghe e ai colleghi che il Testo Unico dei doveri, approvato dal Cnog ed entrato in vigore il 3 febbraio 2016, ha riservato alla Carta di Treviso e a poche altre Carte, il privilegio di comparire come testo autonomo. L’uso reiterato che molte testate, televisive, cartacee e online, fanno della definizione “baby squillo”, ad esempio, è un’inammissibile violazione di questa Carta. Le bambine sono le vittime e gli uomini che abusano di loro, i pedofili, sono i colpevoli. Per un reato così grave non ci sono attenuanti. Usare i termini corretti è alla base del nostro lavoro. Scambiare le vittime con i colpevoli dà luogo ad una informazione falsa e fuorviante”.
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