
Nel mercato dell’editoria siamo un po’ come nel calcio. Il valore delle nostre squadre è infinitamente inferiore a quello delle società straniere. Contiamo niente. Il valore dei nostri quotidiani, anche con possibili acquirenti esteri dotati di eccellenti portafogli, è una minuzia a confronto del mercato editoriale europeo.
Prendiamo il caso di The Telegraph, il quotidiano conservatore inglese con una storia travagliata che durava da tre anni. Che Prima Comunicazione riassume così: “Il quotidiano era stato messo in vendita dal Lloyds Banking Group alla fine del 2023 per estinguere i suoi consistenti debiti accumulati in circa 20 anni di gestione dal precedente editore, la famiglia Barclay. Alla fine di maggio del 2025 sembrava chiuso il passaggio al fondo americano RedBird di Gerry Cardinale, sostenuto dal fondo sovrano di Abu Dhabi. Ma l’accordo aveva incontrato l’opposizione del precedente governo inglese, preoccupato per le eventuali ingerenze di capitali stranieri nel settore media, fino a spingere RedBird a rimettere in vendita il quotidiano”.

Passaggi e rimbalzi che hanno rallentato le trattative di vendita. Ora si è fatto avanti il gruppo tedesco di Alex Springer che ha annunciato l’acquisizione del gruppo Telegraph, che include il quotidiano Daily Telegraph, per 575 milioni di sterline. Se non ci saranno interventi del governo, o delle autorità di sorveglianza sulla libertà dei media nel Paese, l’affare può dirsi concluso.

Stiamo, quindi, parlando di una cifra che tradotta in euro significa 665.855.750. Con tutto il rispetto per la storia di un quotidiano (si può leggere agevolmente qui) che è arrivato a vendere nel 2006, quindi già nell’era internet e non all’epoca delle tavolettte assiro-babilonesi, più di 900 mila copie cartacee al giorno (contro le 600 mila del Times), la domanda legittima è: può La Repubblica, con il suo pesantissimo carico di storia, valere 140 milioni di euro? O forse, come sembrava qui a metà febbraio, meno di 100 milioni? Considerato l’enorme patrimonio del magnate greco Theodore Kryakou, l’unico che ha accettato di trattare la vendita del giornale offerto da John Elkann, che dispone di una flotta di petroliere, ognuna delle quali vale dagli 80 ai 100 milioni di euro. E senza contare tutto il resto del gruppo editoriale Antenna, di proprietà di Kryakou. A cui va aggiunta la disponibilità economica del suo socio in affari il principe saudita Mohammad bin Salman Al Sa’ud, 40 anni, figlio del re Salman, la cui famiglia ha un patrimonio (per quel poco che se ne sa) stimato da Forbes in circa 1,4 trilioni di dollari. Altroché Springer.
Lo so, è un gioco infantile mettere sullo stesso piano in Champions il Bayern con l’Atalanta. E’ ovvio che i secondi sono perdenti ancora prima di cominciare la partita. Ma qui, la differenza tra noi e il resto del mondo del giornalismo europeo, è che è in gioco un quotidiano presidio di libertà e democrazia e cultura. In una delle nazioni più industrializzate del mondo. Molti si domandano che fretta aveva John Elkann di sbarazzarsi svendendo due quotidiani, La Stampa (quasi regalata) e La Repubblica.
Mi sa che non c’è risposta, soltanto gli storici del giornalismo, potranno capirlo tra qualche anno. Ma siamo anche un Paese privo di mercato editoriale, d’interesse per il giornalismo, di voglia d’investire sulla conoscenza, di provare ad osservare il futuro. E questa è l’immagine che l’Europa ha di noi. Alex Springer, forse anche per ragioni politiche, o altri media di livello internazionale, non hanno mai mostrato alcun interesse per il nostro fare giornalismo. Perché i nostri editori non hanno mai investito seriamente, hanno vivacchiato sulla pubblicità e sulle vendite cartacee, fin che hanno resistito. Ma la credibilità necessita di ben altro spirito imprenditoriale.
Adesso, tutto quello che è rimasto in campo è l’offerta di un riccone greco che non nasconde l’interesse primario, all’interno del Gruppo Gedi, per Radio Capital e Radio Deejay. E Repubblica? Un allegato, ma che non ci siano da sborsare troppi quattrini.