giorgio levi

Elkann editore, meglio di prima che eravamo nudi sotto l’acqua

La battuta che circola in questi giorni è: La Stampa si è comprata La Repubblica. La stessa identica battuta di 2 anni e mezzo fa, ma all’inverso. Allora tutti erano convinti che Repubblica si fosse inglobata la Stampa. Con tutta la sua gloria, gli anni di splendore, la rigorosa tradizione giornalistica. E molti dicevano che la Stampa era finita, che sarebbe diventata un quotidianino regionale. Alcuni si commuovevano, altri si preoccupavano del posto e chi se ne fotte delle tradizioni, altri (pochi) migravano perché avevano mercato. In realtà poi non è andata così, come abbiamo ben potuto constatare, ora che si è alzato il velo sulla disastrosa situazione dei conti del Gruppo Gedi. Repubblica e Stampa, pur in situazioni differenti sotto il profilo economico, sono rimaste identiche a prima. Il management del gruppo invece ha mostrato lacune, persino impensabili, così alla fine il castello, travolto dal vento della crisi generale dell’editoria, ha rischiato di crollare tutto insieme.

Ora, sappiamo com’è andata, ma abbiamo capito anche che l’editore ha sempre mentito. Ai giornalisti che hanno lavorato senza mai chiedere nulla, al personale poligrafico che ora rischia di ritrovarsi senza lavoro e ai dipendenti del comparto amministrativo. La direzione di Gedi ha sempre soltanto chiesto sacrifici, senza offrire in cambio un piano industriale ed editoriale, dal quale si potesse capire quali sarebbero stati gli investimenti per far crescere l’azienda. Adesso sappiamo anche che non c’era alcun piano e meno che mai l’idea di un investimento utile al bene della società.

Se persino il loro padre (Carlo De Benedetti) ha detto, un paio di mesi fa, che i figli Rodolfo e Marco erano degli incapaci, c’è da credergli. Ma anche questo lo capiamo oggi. Tutti eravamo convinti che fosse una Dinasty famigliare, che il vecchio De Benedetti si fosse pentito di avere ceduto Gedi a quei due, e che forse tutto nasceva dal fatto che Carlo voleva riprendersi Repubblica. Ma nessuno ha pensato in queste settimane, come nei due anni precedenti, che Rodolfo e Marco fossero davvero degli inabili al lavoro.

Il passo di Elkann forse ha frenato la corsa verso l’ingrata fine. E’ probabile che abbia avuto consigli da De Benedetti padre e che si sia confrontato a lungo con Rodolofo e Marco. Alla fine ha preso non la decisione migliore ma quella inevitabile. Lui dice che non è una operazione nostalgica, ma qualcosa che lo ha riportato al nonno Avvocato c’è stato. Sulla figura di John c’è un eccellente pezzo uscito ieri su Il Foglio, per altro andato esaurito in molte edicole di Torino (vuol dire che quando uno fa un giornale di carta ben scritto si vende). Salvatore Merlo ne tratteggia la figura e ad un certo punto dice: “Elkann era il giovane che parlava con una voce sempre in sordina, come se temesse che ogni parola pronunciata potesse essere ripetuta e snaturata da mortali nemici”. Poi il cambiamento: “In tutta questa vicenda  sembra quasi essere messa in discussione quella legge biologica di regressione verso la media. Secondo cui genitori d’intelligenza eccezionalmente alta tenderebbero ad avere figli o nipoti meno eccezionali. Sembrava la regola del capitalismo famigliare italiano, la storia dei Pirelli e degli Olivetti, dei Ferruzzi e dei Pesenti, persino dei De Benedetti, dunque anche degli Agnelli. E invece l’erede più sottovalutato di tutti è anche l’unico che non ha dissipato il lascito, anzi. Almeno finora”.

In fondo John è il fratello di Lapo. Entrambi sottovalutati, ma l’eredità genetica della famiglia non c’entra. Il nonno non era d’intelligenza eccezionalmente alta, la mamma Margherita aveva qualche estro creativo pittorico, assai modesto, il padre Elaknn è un bravo scrittore e una persona per bene, ma non è Philp Roth.  John avrebbe potuto vivere beatamente senza alzare un dito. Invece, si è accollato (certo, con Marchionne) una fabbrica di automobili sull’orlo del fallimento e l’ha portata ai vertici dell’industria automobilistica mondiale. Ora si è ripreso la vecchia Stampa, il primo gruppo di quotidiani d’Italia e riporta a Torino il primato dell’editoria nei giornali. La tempesta non è passata, ma forse c’è un ombrello per ripararsi. Meglio di prima che eravamo nudi sotto l’acqua.

Ps. Segnalo infine un eccelente articolo di Turani su Uomini & Business che ripercorre in modo sintetico ed efficare la storia di Repubblica dalla sua fondazione ad oggi.

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