giorgio levi

Il declino dell’impero. John Elkann sembra sempre di più Carlo De Benedetti

Questa immagine di John Elkann è stata creata da ChatGPT

Ho sempre avuto una spiccata simpatia per John Elkann. Ovviamente una simpatia intuitiva, non l’ho mai nemmeno intervistato. Quando lui e Lapo erano ragazzi trascorrevano i pomeriggi e le serate nella redazione della Stampa in via Marenco. Un po’ osservavano il lavoro delle varie sezioni del giornale e quando si stava per chiudere la prima edizione si sedevano composti nell’ufficio del capordettore. Quando entravo lì con le mie pagine da far visionare, mi stupiva il livello di educazione di questi due fratelli. Si alzavano in piedi ad ogni redattore che entrava, stringevano la mano: “Piacere sono Lapo Elkann”, “Piacere sono John Elkann”.

Tuttavia si notava una chiarissima differenza tra i due. Lapo estroverso, sorridente, chiedeva ad oguno come stavamo, se andava tutto bene, se il lavoro ci piaceva. Ti dava la mano, ma allo stesso tempo Lapo aggiungeva del suo. John al contrario sembrava intimidito da questi improvvisati interlocutori. Se ne stava lì vicino al fratello, silenzioso. Lo so, tutto questo non significa nulla. Ma a me quel John timido e riservato trasmetteva simpatia. Travolto dall’esuberanza del fratello lo ascoltava. E la gente che ascolta mi fa simpatia.

Lapo l’ho incontrato in altre circostanze, sempre così, sorridente, amicone, pacca sulle spalle. Una volta Moretti Polegato (quello delle scarpe Geox) che stavo intervistando mi disse: “Lo sa che cosa è Lapo? Un genio”. E Lapo era seduto lì in prima fila, nell’aula magna dell’università, alla lectio che Polegato avrebbe tenuto da lì a poco. Mi sono seduto vicino a lui e mi ha chiesto se avevo le scarpe con i buchi della Geox.

John credo che abbia sentito in tutti questi anni, modificando anche il suo carattere, il peso di una responsabilità enorme che fino a pochi anni fa sosteneva per lui Marchionne, che si era preso l’incarico di accompagnare John in un cammino difficilissimo. Come è andata poi, dopo la scomparsa dell’uomo che lo stava facendo crescere, non lo so. Ma so quello che vedo oggi. John assomiglia sempre di più a Carlo De Benedetti, che non si è fatto grandi scrupoli a lasciare andare l’Olivetti al suo triste declino e anni dopo a chiudere la partita con Repubblica e quel gioiello dell’editoria che era il Gruppo Espresso-Finegil, mettendoci a capo il figlio Marco che ereditò Gedi, senza avere nessuna capacità di editore adeguata al compito.

Ecco, John mi sembra avviato su quella strada. Con un patrimonio personale di 2,6 miliardi di dollari (secondo Forbes ad inizio 2025) e i numerosi incarichi stipendiati all’interno dei gruppi dove è l’azionista di riferimento, è membro di vari consigli di amministrazione e ha rapporti consolidati con le élite economiche internazionali, tanto da essere considerato come uno degli uomini più potenti e influenti al mondo. Può essere che il mondo della finanza sia davvero il suo.

E’ un irresponsabile a disfarsi di Repubblica e Stampa? Elkann è un imprenditore, non un editore. Dal nonno non ha ereditato i suoi geni, e nemmeno la volontà di stare a capo di un impero industriale, di provare l’emozione e l’affetto per un giornale simbolo della famiglia Agnelli. E questo spiega ogni cosa.

La Stampa e La Repubblica saranno cedute, forse a questo greco, e il timore è che un giorno getteremo uno sguardo in edicola (se ci saranno ancora) e osserveremo Stampa e Repubblica come oggi ci si soffermiamo su Espresso e Panorama, altri due colossi del giornalismo che hanno raccontato per mezzo secolo, con coraggio e tenacia, la storia di questo Paese.

Ah, come li osserviamo Espresso e Panorama?

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