
Ormai si attende solo l’ufficialità. Trattative chiuse, il closing è atteso a ore. John Elkann ha ceduto lo storico quotidiano torinese a Nem (Gruppo Nord Est Multimedia) guidato editorialmente da Luca Ubaldeschi, ex vice direttore de La Stampa ed ex direttore del Secolo XIX, proprietà Gedi, il gruppo editoriale della famiglia Agnelli.
Ma chi Enrico Marchi, numero uno di Nem, tra pochi giorni il nuovo editore de La Stampa. Ecco come lo descrive Il Foglio, in un pezzo uscito prima degli sviluppi di queste ore.
“Nem è la società editoriale che fa capo a Enrico Marchi attraverso la Banca Finint, insieme a una cordata di imprenditori del Triveneto tra i quali i Benedetti (gruppo Danieli), Carraro, la Confindustria di Udine e Vicenza, Banzato (Acciaierie venete). Dalla Gedi aveva già acquistato le testate locali dell’est (Corriere delle Alpi, Mattino di Padova, Messaggero Veneto, Nuova di Venezia e Mestre, Piccolo di Trieste e Tribuna di Treviso più Nordest Economia).
L’obiettivo dichiarato è “costruire un gruppo capace di raccontare e interpretare il nord-est attraverso giornali cartacei, digitali, radio, tv e quante forme utili a generare e diffondere buona informazione”. Ma evidentemente l’appetito vien mangiando, il nord-est non basta più, adesso arriva anche il nord-ovest. La Stampa, il giornale della famiglia Agnelli, aveva provato a maritarsi con il Secolo XIX che era stato proprietà di un’altra delle storiche famiglie del capitalismo italiano i Perrone dell’Ansaldo sbarcati anche a Roma dove possedevano il Messaggero. E’ storia relegata al passato. Il presente e, chissà, anche il futuro, adesso sono nelle mani di nuovi protagonisti e Marchi è uno di questi.
Ha cominciato nel suo Veneto, dopo la laurea alla Bocconi, con una società di leasing diventata una banca, poi nel 2000 arriva l’aeroporto veneziano, il Marco Polo, al quale si aggiungono gli scali di Treviso, Verona e Brescia, diventando uno degli imprenditori di maggior peso nella regione e nella Serenissima. “Manca solo che mi fanno Doge”, scherza quando glielo fanno notare quelli che lo vorrebbero in politica, magari sindaco di Venezia. “Faccio politica ogni giorno in banca”, è un’altra delle sue battute presa da Raffaele Mattioli. In realtà, ha fatto anche politica direttamente da giovane nel partito liberale con Valerio Zanone e Renato Altissimo, ma al massimo è diventato assessore al Bilancio in provincia di Treviso. Oggi si sente “politicamente orfano”. Dice anche che il suo nume è Warren Buffett non perché possa mai raggiungere la ricchezza dell’“Oracolo”, ma perché proprio come lui non vuol lasciare la provincia (Conegliano è la sua Omaha) e allo stesso tempo parlare italiano. Forse per questo ora potrebbe prendere anche La Stampa.
I giornali lo hanno sempre affascinato, ma a fare l’editore ci ha pensato solo in tarda età (è nato nel 1956). Perché? “Io mi occupo di infrastrutture. Le banche, gli aeroporti e i giornali sono infrastrutture. Il nord-est, che produce il 15 per cento del pil nazionale, ha sempre avuto difficoltà a incidere sulle grandi tendenze del paese”, ha detto nel 2023 a Paolo Bricco del Sole 24 Ore. Due anni dopo la voce s’allarga. All’Avvenire ha dichiarato che il compito dell’editore è “fare in modo che la società disponga degli strumenti necessari per decriptare ciò che capita. Per questo sono convinto che la stampa non può morire, la rete informa, ma i giornali sono il modo migliore per aiutare a capire le notizie”.
Nell’autunno scorso aveva anche pensato di comprare una quota del Montepaschi, quella che il governo voleva mettere in vendita, poi il risiko bancario ha preso altre strade”.
Grazie Giorgio, puntuale come sempre