giorgio levi

Mattarella nel vespasiano dei social

La fotografia è stata scattata il 19 febbraio 2025 in piazza San Carlo a Torino

E’ online da ieri sui social un appello (www.petizioni.com) in italiano e in russo.

Recita così: “Il popolo italiano non si riconosce nelle dichiarazioni del presidente della repubblica Italiana Mattarella e desidera scusarsi con la Federazione Russa e con tutto il popolo russo. Итальянский народ не разделяет заявление Президента Итальянской Республики Маттареллы и желает принести извинения Российской Федерации и всему российскому народу”.

Alle 12,10 di oggi 18 febbraio avrebbe raccolto circa 18 mila firme.

Metto da parte i commenti dei firmatari, che se uno avesse voglia sono tutti da denuncia per “vilipendio al capo dello Stato”. Mettiamo anche che la signora Zakcharova abbia detto quella idiozia su Mattarella perché se una fa il portavoce di un dittatore dice quello che il capo le impone. Facciamo pure finta che la minaccia all’Italia sia una specie di barzelletta.

Ma quella che è diventata insopportabile è questa democrazia dei social, dove puoi dire tutto e il contrario di tutto senza alcuna conseguenza, puoi violare le leggi in materia di stampa e pubblicazioni senza che accada nulla. Puoi addirittura proporre un referendum popolare che fa venire la pelle d’oca solo a leggerlo. E raccogliere decine di migliaia di firme d’invasati sotto copertura.

Sono un pioniere dei social, o come si chiamavano una volta dei news group. Nei primi anni Novanta ci siamo illusi che la rete aperta a tutti e libera fosse il primo passo di una rivoluzione culturale impensabile solo dieci anni prima. Oggi i social hanno ridotto quella merviglia del sapere che è internet ad una latrina, dove puoi pisciarci dentro mostrandoti pure agli altri.

Il che fare non lo so. Forse donne e uomini che hanno una coscienza culturale radicata nella storia di questo Paese dovrebbero uscire dall’orrida toilette. E lasciarci dentro il popolo barbaro. E’ una decisione che dovrebbero prendere soprattutto i giornali, le televisioni, i media. Tornare al mestiere, che non è quello di ridurre ad uno slogan un pezzo lungo e articolato, perché da Instagram o da Facebook non si può stare fuori. Perchè quello slogan può fruttare addirittura un abbonamento di 1 euro al mese per un anno intero.

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