giorgio levi

Alla fine del viaggio

Con papà in Val Ferret

Papà è morto il 29 marzo del 2013, un giorno come questo, tiepido, primaverile.

Siamo arrivati in ospedale con un’ambulanza. Steso su quella lettiga aveva gli occhi aperti ma non vedeva, gli parlavo ma non sentiva, aveva il respiro lento e la fronte gelida.Siamo rimasti un paio d’ore nel corridoio del pronto soccorso. L’avevano adagiato in modo che tenesse la testa alta. Lo sguardo era fisso, non un battito di ciglia. E’ arrivata mia sorella e l’ha baciato più volte sulle guance.Si è aperta una porta e l’hanno infilato in una stanza.

Quando sono entrato mi è venuta incontro una dottoressa e mi ha detto: mi spiace, ma non c’è niente da fare. Mi sono voltato e su una barella ho visto papà completamente nudo. Io mio padre nudo non l’avevo mai visto in tutta la mia vita. Aveva il corpo chiazzato di macchie di sangue. La dottoressa mi ha detto: vede? A questo punto non si può più fare nulla. Dobbiamo solo aspettare.

In fondo a quel corridorio avevano allestito una specie di camera d’ospedale ricavata da un ufficio. Un infermiere molto gentile ha spinto al barella di papà dentro, dopo averlo coperto con un lenzuolo e avergli infilato l’ago di una flebo. Poi è uscito, ha spento la luce sul soffitto e ha chiuso adagio la porta.

Allora è proprio qui, oggi, che ci lasciamo, babbo mio? Lui aveva sempre gli occhi spalancati, la mente assente. Gli ho accarezzato i capelli. Mi sono seduto vicino e gli ho tenuto la mano. Ho provato a parlargli ma ho capito che non era lì.

Allora è qui che ci lasciamo, babbo mio? Dopo tutti questi anni di amore e amicizia e complicità. Dobbiamo proprio scendere da questo meraviglioso treno che è la vita? E la Juve domenica con chi la vedo?

Allora è qui che ci lasciamo, babbo mio? Dopo il terrore delle persecuzioni razziali, dopo la strage della tua famiglia ad Auschwitz, dopo il ritorno senza nemmeno più una casa, è in questo ufficio d’ospedale che te ne vai.

Gli tengo la mano nel momento in cui lo sento che respira profondo, come se volesse riempirsi i polmoni d’aria. E’ il suo ultimo sussulto. Lo guardo negli occhi, cerco un filo di vita che non c’è più.

Esco dalla stanza e mi viene incontro la dottoressa. Gli tocca il polso, la fronte, gli chiude gli occhi con la mano. Mi spiace, le mie condoglianze. Un quarto d’ora dopo arrivano due uomini, coprono papà sul volto con un lenzuolo e lo portano via su una barella. Adesso sono davvero solo.

E’ quasi mezzanotte, è piovuto, l’aria profuma di bagnato, i viali sono zuppi d’acqua, babbo mio.

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