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Archivio per la categoria ‘giorgio levi’

Giornalisti? Un’altra pippa mentale

24 febbraio 2012 Commenti disabilitati

Ecco fatto. I giornalisti per infilarsi nella gabbia legislativa di Monti fingono di rivoluzionare il loro ordine professionale, leccando dove si può . Più o meno come gli architetti, gli ingegneri, i medici, i notai, gli avvocati. Lo vuole la legge sulle liberalizzazioni (tutte, eccetto i taxisti e i farmacisti). Ah, le lobby! Quella dei giornalisti vale zero, rispetto a quella del mio amico Gigi che fa il taxista. Ad ogni buon conto.

Questa era l’occasione per cambiare davvero un sistema vecchio e ammuffitto, in realtà il consiglio dell’Ordine ha mescolato un po’ di carte per lasciare tutto come prima. Come sarà la nuova casa dei giornalisti e come la vorrebbe Monti si può leggere qui.

Che cosa si poteva fare di meglio per dare l’idea che il tempo è passato e che anche i giornalisti lo capiscono? Intanto abolire l’Ordine. Fine delle trasmissioni. Mi ripugna pensarla come Vittorio Feltri, ma è così. Per scrivere e fare questo mestiere sono sufficienti la Costituzione e leggi dello Stato. Che per quanto non ci piacciano sono la migliore di tutte le garanzie di libertà e indipendenza. Si poteva chiudere lo sgabbiotto di Roma e ognuno per sè. A difendere la dignità della professione e i contratti di lavoro è sufficiente il sindacato.

La seconda opzione rivoluzionaria era cancellare finalmente e per sempre l’elenco dei pubblicisti. Vuoi mantenere l’Ordine professionale? Bene, vuoi fare il giornalista e iscriverti all’Ordine? Dimostra che tu di questo lavoro ci campi, porti a casa uno stipendio, ti mantieni la famiglia, la mamma, l’amante, o anche solo te stesso. E t puoi pagare la previdenza e l’assistenza. Questo è la figura professionale del giornalista. Che senso hanno ancora e per il futuro due elenchi? E’ normale che un avvocato che fa il suo mestiere e che rientra nel suo ordine professionale possa iscriversi allo stesso tempo a quello dei giornalisti? In Italia ci sono circa 150 mila giornalsti, di questi più della metà sono pubblicisti, la maggior parte dei quali non ha mai svolto un solo giorno questo lavoro e non si mantiene di questo. Ha senso? La risposta è fin troppo scontata. Era l’occasione buona per mandare a casa 30 0 40 mila inutili tesserati, che non giovano al bene di questa professione.

Cari pubblicisti che fate altri lavori, la tessera da giornalista non agevola più una beata mazza di nulla. I giornalisti non hanno sconti sui treni, sugli aerei, sui traghetti, al cinema, a teatro, non viaggiano nelle corse dei bus, non hanno abbonamenti di favore per la metropolitana. Tutto il resto sono pippe mentali. Quasi trent’anni fa a Torino si poteva entrare allo stadio gratis e parcheggiare l’auto sotto la tribuna centrale, adesso ti controllano anche le mutande.

Tutti a casa, sarebbe stato oggi il titolo migliore. Invece ci teniamo la fuffa. Che ci piace tanto.

P.S.A questo link di Quotidiano Piemontese è possibile vedere e ascoltare la registrazione di un dibattito che si è svolto a Torino l’altra sera su questo tema.

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Sono negli Anni Sessanta

17 febbraio 2012 Commenti disabilitati

Anni Sessanta, non i favolosi. I miei sessant’anni. Sono due giorni che scrivo 60 e provo ad immaginarmi questa età. Per quanto ne so, se in casa non avessi uno specchio o non esistessero le fotogallery su Facebook, potrei averne trenta o quaranta. Anche cinquanta. In realtà non posso nascondere il conflitto tra quanto dice la testa e quanto il fisico risponde. E qui i sessanta ci sono tutti.

Sono volati, davvero. Tutto sembra appena ieri. E invece il tempo fila via, più veloce della percezione che ne abbiamo. Noi pensiamo di camminarci insieme, in realtà lui non ci aspetta nemmeno, quando ci voltiamo a guardare e ci domandiamo dov’è, tutto è già passato. E’ così che va, e nessuno potrà mai farci nulla. Molti mi dicono di godermi questi anni perché in breve non ci saranno più. Lo so, ma non ci riesco, io non mi sono ancora costruito i quarant’anni, sono rimasto indietro, forse il tempo l’ho perso e non so nemmeno bene dove.

In un cassetto conservo il diario che mia mamma scrisse quando sono nato. E’ il mio luogo della commozione. Lo apro una volta all’anno, esattamente in questo giorno, e m’immergo nel passato ed è come se mi tuffassi in mare. E’ un quaderno scritto con la penna stilografica, il 17 febbraio nuoto in quelle parole azzurre e scolorite fino a raggiungere quel punto ormai così lontano da oggi. E’ la mia catarsi annuale, ogni volta più faticosa perchè il tempo non vuole essere ripercorso all’indietro, ma è l’unico modo che ho per rallentarlo dieci minuti.

Bon, anche questa volta è andata, posso cominciare a festeggiare i trent’anni.

Grazie a tutti per gli auguri, siate affamati (nel caso è impareggiabile il Testun stagionato) e felici (cercate la beatitudine in un pino di montagna ben resinato, da abbracciare è puro piacere fisico).

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Le balle degli editori

8 febbraio 2012 Commenti disabilitati

Oggi in edicola è l’ultimo giorno di Nord Ovest, il supplemento regionale de Il Sole 24 Ore. Il giornale di Confindustria chiude la redazione di Torino. Alberto Orioli (vicedirettore) scrive e titola: “Perché nasce Impresa & Territori”. Ma chi glielo ha chiesto? Il titolo giusto (come da scuola di giornalismo) era: “Oggi l’ultimo numero del Nord Ovest”. Questo era il titolo, il resto è excusatio non petita. In buona sostanza Orioli annuncia l’uscita di un nuovo fascicolo quotidiano nazionale che comprenderà notizie e fatti dalle regioni d’Italia. Ottimo, un giornale già molto ricco di notizie si arrichisce. Il dato di fatto però concreto è che una redazione torinese chiude i battenti. E che Torino perde quattro ottimi professionisti che emigreranno probabilmente a Milano. Ed è già una fortuna, seppure di enorme diasagio. Una redazione che chiude è sempre un impoverimento per la città. Lo è per chi lavora, per le imprese, per le associazioni, per i sindacati. Hai voglia a dire che il giornale sarà più completo, non è così.

Qualche settimana fa Rizzoli ha annunciato la chiusura di City, la freepress che a Torino aveva un redattore. Il segretario di Stampa Subalpina Comazzi ha scritto: “L’informazione in Piemonte, in questo avvio di 2012, sta pagando un prezzo altissimo alla crisi generale e alla carenza di strumenti per fronteggiare le difficoltà e sostenere il comparto dei mass media”. Prima lo stato di crisi a La Stampa e a Tuttosport, poi la fine di Epolis, e quella probabile della redazione di Telesubalpina che ha quattro giornalisti in cassa integrazione.

Il direttore de La Stampa Mario Calabresi ha annunciato (prima ai redattori, poi in articolo sul giornale) la mega ristrutturazione del quotidiano. Dal trasloco al nuovo sistema editoriale, alla ricerca di una crescita fondamentale su internet per garantirsi il futuro del giornale. Eccellente scelta, inevitabile ma coraggiosa. Un investimento in tecnologia che rivoluzionerà il lavoro del giornalista (almeno quello de La Stampa) e che dovrebbe incrementare le povere casse pubblicitarie. Servirà? Forse sì, in America la rivoluzione c’è già stata e ha dato i suoi buoni frutti. Potrebbe dunque essere la svolta tanto attesa.

Ma quello che nessun editore dice è quanto, come e in che tempi desiderano investire nelle risorse umane. Uomini e donne, e soprattutto ragazzi. L’unico settore che può dare garanzie di crescita. Da decenni non sento un editore che parli di assunzioni. Di tagli molto spesso, in genere coperti dalla tecnologia, dall’innovazione, dal lavoro di pochi sempre più sfruttati.

Purtroppo cari editori non è così che funziona. Le notizie, il fiuto per trovarle, la capacità di saperle scrivere bene, di raccontare le storie di tutti i giorni non sono una risorsa che si può trovare solo sulla rete. Ci vogliono gli uomini, quelli che al mattino si svegliano e pensano già al loro lavoro. Prima che premano il tasto che li fionda sui social network. Molto prima. E’ il cervello il motore, quello in rete non c’è, costa, deve essere pagato, ma è la miglior garanzia per fare i conti con il futuro.

Ecco, è tempo per gli editori di dirci quanto vogliono investire nel cervello dei loro e dei futuri giornalisti. So che non lo faranno mai, il resto però è fumo. E alla fine restarà molta cenere.

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Caro Monti, io ho cambiato 15 posti di lavoro

2 febbraio 2012 Commenti disabilitati

Caro Monti,
come sai mi piaci. Però. Questa storia che sarebbe così fantastico cambiare spesso posto di lavoro non è una gran figata, come direbbe qualche tuo ministro. Io per dire ne ho cambiati 15. Ben quindici testate giornalistiche. Mi sono divertito? Ma nemmeno per le palle, come direbbero altri tuoi ministri (mi adeguo a questo linguaggio governativo giovanilista).

Qualche volta ho scelto, ma molto di più ho perso il lavoro. E per una ragione o per l’altra ho faticato come un mulo sempre incazzato (come direbbe…) a ritrovarlo. Invidiavo i colleghi che venivano assunti in un giornale e ci rimanevano per 30 anni, facendo carriera, incrementando lo stipendio, la fissa (che è una faccenda che abbiamo nel contratto) e la liquidazione. Io con le liquidazioni che ho incassato una volta mi sono comprato una bicicletta.

Ecco premier mio, il posto fisso in questo Paese non è questione di noia, ma l’opportunità di poter vivere decentemente con la tua famiglia. Tu che adesso che puoi cambia le regole del mercato, le leggi che frenano l’occupazione, applica normative agli imprenditori che vengano allo scoperto e ci dicano se vogliono davvero far crescere l’occupazione. Più posti di lavoro certo per tutti, poi siamo anche disposti a uscire ed entrare dalle aziende con il sorriso sulle labbra. Forse.

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Abolire l’Ordine dei giornalisti non farà aumentare l’occupazione

13 gennaio 2012 Commenti disabilitati

Sgombriamo il campo dagli equivoci che circolano su fb e twitter. Abolire l’Ordine dei giornalisti non farà aumentare l’occupazione. Scrive oggi Pigi Battista (editorialista del Corriere della Sera, ex La Stampa) sul suo profilo fb: “Liberalizziamo il giornalismo, oltre ai taxi: Ordine da abolire, assunzioni più facili di giovani. Oggi se hai meno di trent’anni i vecchioni in redazione, protettissimi, ti sparano con i bazooka per mandarti via”. In poche ore quasi 200 mi piace e una settantina di commenti.

Ma Pigi Battista, anche tu hai la tua età, dove sei stato fino ad oggi? Davvero credi e induci moltissimi altri a farlo che la soppressione di un ordine professionale darà modo ai giovani di lavorare? Ma i giornalisti non sono taxisti e nemmeno farmacisti e forse nemmeno notai. Questo è un lavoro dipendente, la liberalizzazione di una associazione di persone, che di fatto possono dire di svolgere questo mestiere solo quando alla fine del mese ricevono una busta paga (esattamente come qualsiasi impiegato) e non perché iscritti all’Ordine, non determina l’apertura di un mercato del lavoro.

E’ il sistema informazione che è marcio. Le colpe? Bah, infinite. Ne cito una, tanto per capirci. In cima alla lista dei frenatori dell’occupazione io ci metto gli editori. Sono almeno trent’anni che piangono miseria un giorno sì e l’altro pure. Ma vi ricordate che negli anni delle vacche grasse (Settanta e Ottanta) dicevano che la colpa della crisi editoriale era della carta che era troppo cara? Quando tutti sanno perfettamente che ci sono paesi come Finlandia, Svezia o Russia che fanno crescere piante come noi coltiviamo il grano o il riso. C’è un mercato che fa i prezzi, non è la terra del Corsaro Nero. Ricordo che un anno in Mondadori (fine Ottanta) discutevamo sul rinnovo del contratto integrativo. Il capo del personale ci disse: “Quest’anno non abbiamo niente da darvi, con quello che succede nella foresta Amazzonica la carta vale come l’oro”. E noi ci credevamo anche!

Gli editori sono rimasti così. Passano da uno stato di crisi all’altro, mandano in prepensionamento i cosiddetti vecchietti (nemmeno sessantenni) e poi? Assumono un po’ di gente (meno della metà di quelli che sono andati via) con contratti a tempo, part-time, articoli 36 e 12 che fanno invecchiare nelle redazioni prima di mandarli a 45 anni a Roma a fare l’esame da professionista.

E se tu gli vai a chiedere piani di sviluppo e di assunzioni, progetti, investimenti su chi lavora nei giornali ti dicono che con “la crisi che c’è, non possiamo prevedere nulla”. Massì, la storia della carta amazzonica che costa come l’oro non vale più, con il web che parla al futuro non può più essere un alibi. E loro che fanno? Fingono di assumere (vanno molto le scatole cinesi con società all’interno di altre società), piazzano un po’ di ragazzi alla redazione internet con contratti incredibili, che io non so dove gli editori trovano tanta fantasia.

Ecco, non credo affatto che l’abolizione dell’Ordine sia la scintilla che accenderà il mercato del lavoro. Gli editori tengono le chiappe al caldo. Come hanno sempre fatto.

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Qualcosa sui giornalisti

2 gennaio 2012 Commenti disabilitati

Voglio dire qualcosa che non piacerà. Pazienza. Sembra che il 2012 sarà l’anno della rivoluzione all’interno della categoria dei giornalisti. Le nuove norme di legge dovrebbero liberalizzare il sistema, come nessuno lo ha ancora capito. Compreso il presidente dell’Ordine che ha scritto uno degli articoli più confusi che abbia mai letto in questi ultimi anni.

Il primo passo dovrebbe essere la cancellazione dell’elenco dei pubblicisti. Secondo me, un bene. Anzi, per dirla tutta era ora. Trovo irrittante e assai poco lusinghiero che decine di migliaia di persone si fregino di un titolo che non hanno e vantino l’appartenenza ad un ordine professionale che non gli appartiene. Chi fa questo mestiere per campare è un giornalista, tutti gli altri a casa. Possono essere i più onesti del mondo in mille lavori, ma non sono giornalisti.

Scrivi sui giornali per vivere e puoi dimostrarlo? Sei un giornalista, puoi fare l’esame di stato a Roma e diventare professionista. E’ molto semplice, in linea teorica non è nemmeno più necessario un ordine sul modello dell’attuale.

Lo so che molti diranno: come faccio a vivere di questo mestiere se mi pagano 50 centesimi ad articolo che impiego almeno tre ore a scrivere? E’ vero, gli editori da decenni giocano su questo ricatto. Ma se a 30, a 40 o 45 anni non puoi mantenerti facendo il giornalista fai qualcosa d’altro. O non accettare compensi iniqui, fai la tua battaglia, associati con altri, iscriviti al sindacato, promuovi una causa, porta l’editore in tribunale. In questo mestiere è così, io ho dovuto lottare con la legge in mano per avere giustizia dei miei diritti, mi è costato anni e fatica, ma ne è valsa la pena. Se aspetti che il sistema cambi da solo, è certo che non accadrà. Le guerre si vincono con le palle metaforiche, l’elmetto e con le armi che uno ha il coraggio d’impugnare.

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Caro Minzo, eccoci qui

15 dicembre 2011 Commenti disabilitati

Caro Minzo,
sono contento che tu sia tornato a fare il caporedattore con lo stipendio da direttore. E’ giusto così. Hai leccato tutto sto’ culo a Berlusconi (flaccido come diceva la Minetti), è giusto che ora ti goda il conto in banca. Io avrei fatto uguale. Potrai anche fare un pasto decente la sera, senza che ti squilli il telefonino con la voce sempre più stanca del padrone.

A proposito di cene. Tu non lo puoi ricordare, ma io sì. Quella volta che io ero di lunga a La Stampa alla redazione del politico e abbiamo aspettato un tuo pezzo fino al minuto ultimo (23,45) per chiudere le pagine, divertente neh? Noi tutti lì, Minzo arriva, non arriva, eccolo, poi la mail di sua eccellenza.

A mezzanotte meno un minuto il giornale è chiuso, la redazione stremata si svuota, io resto a guardia della notte. Salgo veloce alla mensa di Enzo (sai il matto?), beh lui aveva capito e prima di tirare giù la serranda mi aveva tenuto un piatto di riso in bianco scondito (come quelli che mangiavano i prigionieri in Vietnam) da parte. Infilo la forchetta nella melma bianca e suona il telefono della mensa. Enzo risponde e mi dice: “Minchia! Giorgio c’è Minzo!”.

Ascolto e tu mi copri d’insulti: “Cosa credi che io aspetti che tu abbia finito di riempirti la pancia? Devo fare una ribattuta! Mica perdo tempo!”. Ho lasciato lì il mio riso, sono sceso, hai ridettato il pezzo, te lo sei fatto rileggere tre volte perché non ti fidavi. All’una Enzo è sceso in redazione e mi ha portato un panino, rancido, ma pane. Buona cena Minzo.

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Vincevo, ma quanto vincevo sui rulli della Rai

7 novembre 2011 Commenti disabilitati

Sono andato per la prima volta in televisione nel 1960. Avevo sette anni. Il mio compagno di banco si chiamava Viarengo e suo papà era il direttore della sede Rai di Torino. Viarengo non è che mi piacesse tanto, era un tipo un po’ prepotente per i miei gusti. Ma l’aspetto migliore di Viarengo era appunto suo papà.

La Rai a quel tempo mandava in onda al pomeriggio la Tv dei Ragazzi, c’era un canale solo e in bianconero. I nostri pomeriggi erano una lunga attesa aspettando le cinque, l’ora in cui cominciava il programma. La Rai registrava la Tv dei Ragazzi negli studi di via Montebello a Torino. Erano di fianco al Mole, un piano sottoterra, una specie di cinema con la galleria e la platea per il pubblico. Un vero fantastico grande studio televisivo con i camerini, i truccatori, i costumisti, i tecnici, e quell’odore di aggeggi elettronici e meccanici.

Qui una volta la settimana si registrava Tutti in Pista, programma presentato da Walter Marcheselli. Una volta ho conosciuto anche Anna Campori, la nonna del Corsaro Nero, e Pietro De Vico, il nostromo Nicolino, poi non ho dormito tutta la notte. Il papà di Viarengo assoldava attraverso suo figlio i bambini che avrebbero partecipato alla trasmissione, cercandoli tra i compagni di scuola. Io fui il primo.

Lo studio rappresentava il tendone di un circo e due squadre di bambini si sfidavano in giochi di abilità, d’intelligenza e di forza. Io ero stato scelto per la forza. Su abilità e intelligenza per quanto mi riguardava, lì alla Rai erano un po’ come a scuola: avevano dei dubbi. La mia prova di gioco era l’ultima, dovevo correre a tutta birra su una bici da corsa montata sui rulli, come quelle che usano i campioni per allenarsi, contro un altro bambino avversario. La mia prova era quella decisiva, vincendo avrei riportato la mia squadra (quella degli intelligenti) alla puntata della settimana successiva. Ho trionfato alla prima puntata, alla seconda, alla terza, alla quarta e alla quinta. Ogni volta mi portavo a casa un premio. Il meccano, un trenino elettrico, automobiline varie. Era divertente, anche perché a scuola mi riconoscevano tutti, qualcuno mi chiamava Coppi. Certo la bici era già una mia grande passione.

In via Verdi mi accompagnava mio nonno, l’operaio socialista perseguitato per vent’anni dal fascismo e che nel dopoguerra aveva perso la testa per la televisione. Era stato tra i primi nel 1955 a comprarsi un apparecchio. Lo teneva in camera da letto, armeggiava con l’antenna e guai a dubitare del verbo televisivo, diceva: “E’ tutto vero, l’ha detto la Rai”.

Quando finiva la registrazione di Tutti in Pista mi prendeva per mano e di corsa filavamo a casa. Il tempo di accendere il televisore ed ecco il programma con suo nipote. Mi vedevo pedalare e faticavo a credere che quello fossi io per davvero. Ho smesso di vincere una volta che avevo litigato con Viarengo a scuola. Così ho scoperto che andavo come il vento perché mi tenevano i rulli “morbidi”, pedalavo senza faticare. Quella volta me li hanno stretti e l’altro bambino mi ha letteralmente stracciato.

Una volta nella Rai di via Monebello ho fatto anche la comparsa vestito da bambino dell’antica Roma. Mi avevano messo una tunica che mi arrivava sotto i piedi. La costumista aveva detto: “A’lè trop cit, cume fuma a vestilu da ruman dal Colosseo”.

Il mio compagno Edoardo Agnelli

2 novembre 2011 1 commento

Sono stato compagno di scuola e amico d’infanzia di Edoardo Agnelli. Tra qualche giorno saranno undici anni che è morto. Voglio ricordarlo oggi riportando qui il pezzo che scrissi per Epoca nel settembre del 1990, quando Edoardo finì in quella brutta faccenda di droga a Malindi. Con Edoardo e sua sorella Margherita ho trascorso numerosi pomeriggi di giochi nella loro casa di corso Matteotti quando bambini frequentavamo la stessa scuola elementare a Torino. Edoardo era più giovane di me, Margherita era compagna di classe di mia sorella Elisabetta.

Nel 1990 ero un giornalista della Mondadori, l’affaire di Malindi destò molto scalpore. In una pausa mensa raccontai all’allora direttore di Epoca Nini Briglia la mia infanzia a casa Agnelli. Così Briglia mi chiese di scrivere un pezzo per raccontare la mia storia. Epoca dedicò la copertina a Edoardo. Molto tempo dopo il mio caro amico Massimo Burzio (che frequentava con me i pomeriggi in corso Matteotti e che avrebbe poi avuto un ruolo di primo piano alle relazioni esterne della Fiat e che è purtroppo scomparso di recente) mi disse che l’avvocato Agnelli aveva chiesto che quel mio pezzo avesse un rilievo nella rassegna stampa dell’azienda.

Quando Edoardo morì nel 2000 non ero ancora assunto a La Stampa, ma già collaboravo. Cercai di spiegare a qualche capo redattore che forse sarebbe stato carino riprendere quell’articolo. Ci fu un silenzio glaciale. Mentre quel giorno stesso uscivo da via Marenco mi chiamò l’allora capo de La Repubblica di Torino, il quale mi chiese se poteva ripubblicare il mio articolo. Il giorno dopo uscì per intero nell’edizione torinese del giornale.

Oggi lo riprendo qui (nella foto la riproduzione di Epoca) e lo dedico ad un ragazzo sfortunato e soprattutto incompreso.

INFANZIA DI UN CAPO

A scuola andavano a piedi. Edoardo e Margherita percorrevano i pochi isolati, tra il palazzo di corso Matteotti e la scuola elementare di Stato Giosuè Carducci per mano alla loro fedele frau svizzera. Erano i primi anni Sessanta, gli anni della massiccia immigrazione dal Sud. La scuola Carducci era al confine tra i quartieri della ricca borghesia e quelli ghetto del centro storico. Nella classi trenta, quaranta bambini: figli di operai, disoccupati, industriali, medici, avvocati. E anche di Agnelli. Margherita era una bambina vivace, allegra. Edoardo, più vecchio, era riservato, timido. A scuola arrivavano puntuali, con i quaderni in ordine, ben rilegati.

Gli Agnelli, attivi sostenitori del Patronato scolastico, per rendere, forse, meno tristi i fine settimana dei bimbi meno abbienti, il sabato pomeriggio organizzavano delle grandi feste a casa loro. Margherita ed Edoardo non facevano distinzioni di classi sociali. Anzi, proprio in quel periodo la più cara amica di Margherita era la figlia del cuoco di casa Agnelli che, ironia della sorte, si chiamava Padroni.

Si arrivava a casa Agnelli nel primo pomeriggio. Sotto l’androne d’ingresso un maggiordomo accoglieva i piccoli ospiti. Poi si saliva all’ultimo piano per la festa. In una stanza enorme che poteva tranquillamente contenere la casa di Padroni, la nostra e quella di molti altri, Edoardo e Margherita tenevano i loro giochi. Impossibile ricordarli tutti, quella camera era davvero il Paese dei Balocchi. Arrivavano dagli Stati Uniti, dalla Germania, dall’Inghilterra. Giocattoli solidi, robusti, con movimenti tecnici e meccanici, assolute novità che in Italia avremmo visto soltanto molti anni dopo.

La frau svizzera disponeva i maschietti da una parte e le femminucce dall’altra. Con Edoardo mi trovavo a disagio. Se si giocava a calciobalilla (non il solito dei bar, ma una faccenda molto più complessa e divertente) lui teneva i giocatori con le maglie bianconere e agli altri, me compreso (sfegatato juventino) toccavano quelli con la maglia granata. Se si giocava con le automobiline lui correva su un terrazzo, che si affacciava sulla stanza dei giochi, con una stupenda auto elettrica. Noi stavamo a guardare. Le uniche concessioni alla guida che Edoardo faceva erano per i cugini Camerana.

Alle cinque si scendeva di un piano, in ascensore, e si andava a “fare la merenda”, dove la mamma Marella veniva a salutarci, sempre tutta molto sorridente. Poi, finita anche la merenda, veniva il cinema. Andavamo in un sotterraneo dove era allestita una autentica sala cinematografica. Con moquette rossa, poltrone di velluto in tinta, schermo gigante, film per bambini di prima visione. Il cinema non divertiva molto Margherita che, a metà della proiezione, cominciava a fare casino. Non credo di avere mai visto un film fino alla fine.

L’ora dell’arrivederci era nel tardo pomeriggio. Scendevamo nell’atrio dove ci aspettavano i nostri papà. C’è solo un particolare, un mistero mai risolto che mi è sempre rimasto. I rubinetti dei bagni di casa Agnelli erano di colore giallo. Mia sorella Elisabetta lo raccontò a casa. “Che schifo – osservò nostra madre – hanno i rubinetti d’oro”. Mio padre, più pratico, mi disse un sabato, alla vigilia di una di quelle feste: “Se non ti vede nessuno cerca di portare via una doccia”.

(5 settembre 1990, Epoca numero 2082, Arnoldo Mondadori Editore)

Quel pranzo al Lingotto con Monicelli

30 novembre 2010 Commenti disabilitati

Seguo nel 2002 il Torino Film Festival, che in quell’anno si svolge al Lingotto, nelle sale del multiplex. L’organizzazione è sparsa in numerosi uffici. Le pause pranzo si svolgono quasi tutte al ristorante dell’Hotel Meridien, affollato per ore di attori e registi. Lavoro per Torino Sette de La Stampa e con un gruppo di colleghi corriamo da una conferenza stampa all’altra. Per il pomeriggio di quel giorno ho in programma un incontro con John Milius, il leggendario regista di “Un mercoledì da leoni” e “Corvo rosso non avrai il mio scalpo”. Mi sono anche portato da casa una cassetta di un suo film per farmela autografare.

Alle due il ristorante è strapieno, una gran caciara tra gli stranieri, l’ingresso è occupato da cavi, telecamere, microfoni. L’immagine è quella di un bivacco rumoroso e divertito. Sono seduto con altri al tavolo di Torino Sette, mangiamo, discutiamo, programmiamo il pomeriggio. Sulla porta si affaccia un gruppo di persone, tra le quali Alberto Barbera, ex direttore del Festival di Venezia. Accompagnano un uomo che in quella sala non c’è bisogno di spiegare a nessuno chi sia. Osservo un paio di giovani attori e registi cinesi che si alzano e fanno uno dei loro tradizionali inchini. Poi come un’onda tutti questi ragazzi del cinema, che arrivano da ogni parte del mondo, sono in piedi. Mario Monicelli ha i suoi occhiali scuri, sorride. Per tutti noi è un momento di grande commozione.

Un’addetta stampa del festival viene al nostro tavolo e ci chiede se possiamo fare un posto per il maestro. Siamo così stipati che ci diamo di gomito mangiando, in tre secondi ci stringiamo così tanto che il tavolo sembra vuoto. Il maestro saluta tutti, passa tra gli altri tavoli stringendo mani, raccogliendo applausi. Arriva da noi e si siede a capotavola. Io sono esattamente all’angolo di quel capotavola. Mi chiede che cosa stiamo mangiando e così gli illustro il menù, poi vuol sapere chi siamo e per chi lavoriamo. La sua assistente ci dice che ha fretta perché l’aereo parte per Roma nel primo pomeriggio. Monicelli però racconta, racconta, racconta. E’ di ottimo umore, infila parlando pezzi di grande storia del cinema. Io non oso tirare fuori il taccuino che ho nella tasca dei pantaloni, metto tutto in memoria. Racconta dei suoi film, della sua gioventù, degli attori con cui ha lavorato.

Ad un certo punto, voltandosi e guardando fuori, mi tocca un braccio e mi chiede:

“Qui siamo al Lingotto vero?”.
“Sì maestro, qui c’erano le officine della Fiat”.
“Lo sa che a Torino ho girato il mio film I Compagni?”
“Certo maestro, ma com’era la città in quegli anni?”
“Adesso le racconto un particolare”
Sto lì muto.

Monicelli: “Un giorno durante le riprese m’invita nella sua villa l’avvocato Agnelli. Ci vado volentieri. Parliamo a lungo, mi chiede del film, degli attori, poi ad un certo punto dice: ma lo sa Monicelli che tutti questi meridionali vengono a Torino e abitano in topaie nel centro della città? Ma come fanno? Lo guardo e gli dico: avvocato non saranno mica venuti da soli, non li avrà per caso chiamati lei per portarli in fabbrica? Ha capito? Lui Agnelli dice a me che giro Compagni che gli operai stanno in case che sembrano pollai. Devo averlo guardato con una faccia”.

Monicelli resta con noi un paio d’ore, quando se ne va lo vedo camminare lentamente accompagnato dai suoi assistenti verso un’auto parcheggiata, esattamente in quello che era il cortile della Grande Fabbrica, lì dove tutte le mattine all’alba sfilavano migliaia di operai.

Di questo incontro ho scritto quel pomeriggio un articolo per Torino Sette. Ma quel giorno non ho detto tutto. Ho tagliato dal mio pezzo il dettaglio sull’avvocato Agnelli. Questa è la prima volta che lo racconto.

Monicelli è morto come Cesare Pavese, Primo Levi e Franco Lucentini.

PS. PS. Ho girato il primitivo video Facce da Festival in quei giorni, tra i tanti volti di quella edizione in un frammento si vede anche Mario Monicelli.

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