Tutte le librerie dove acquistare “Volevo essere Jim Gannon”

13 aprile 2012 Commenti disabilitati

Il mio ebook “Volevo essere Jim Gannon” (trent’anni di giornalismo in un racconto alternativo, dalla Mondadori a La Stampa, dai magazine al giornalismo di provincia, da Berlusconi a via Marenco) è ora disponibile su tutte le librerie online italiane, per comodità ecco le principali.

Chi usa iPad, iPhone può acquistare il libro direttamente da iBooks di Apple Store. Meglio acquistarlo usando l’iPad. Si paga con carta di credito o prepagata Apple.

Chi ha Kindle di Amazon compra il libro da Amazon. Paga con carta di credito o PayPal.

Chi ha antipatia radicata per Apple e Amazon trova il libro su numerosi altri siti, tra i quali segnalo la Libreria Rizzoli, BookRepublic e Bol.

Chi non possiede alcun lettore, chi assume quello sguardo perso alla parola ebook, chi dice a me piace il profumo della carta, può acquistare il libro da La Feltrinelli in formato .pdf (il più elementare) poi può leggerlo sul computer, stamparlo su carta e annusarla.

Chi non ha carta di credito, non ha PayPal, non ha alcun reddito, monete nel portafoglio, un amico che gli presta degli spiccioli mi manda una mail e io gli spedisco il libro in allegato gratuitamente, ma niente furbizie.

Chi non ha nessuno di questi lettori di ebook, ma ha un pc con windows o un mac (molto meglio) e vuole leggere un ebook come se avesse un iPad ha la possibilità di scaricare sul proprio computer un programma che si utilizza per leggere i libri, esattamente come se uno usasse un iPad. Sono programmi gratuiti, utili per il formato .pdf quello comune dei documenti e a questi link se ne trovano di buoni. Si tratta di Adobe Digital Edition, Kindle e Blufire Reader.

Chi non ha un computer, beh sono cazzi suoi.

Sono infine grato a tutti quelli che su Facebook mettono “mi piace” o mi ritwittano, ma lo sono di più se acquistate il libro, grazie.

Il libro costa 3,49 euro.

PS. Jim Gannon è il personaggio rappresentato da Clark Gable (nella fotografia) nel film Dieci in Amore.

Ecco l’elenco completo di tutti i siti dove si può acquistare il libro.

www.amazon.it
www.9am.it
www.biblet.it
www.bol.it
www.bookrepublic.it
www.storecentobook.it
www.deastore.com
www.omniabuk.it
www.store.eboogratis.it
www.ebookizzati.com
www.eboovanilla.it
www.ilgiardinodeilibri.it
www.ibs.it
www.ebook.it
www.lafeltrinelli.it
www.libreriafantasy.it
www.librisalus.it
www.libreriauniversitaria.it
www.mediaworld.it
www.mrebbok.it
www.pilade.it
www.edizionilpuntodincontro.it
www.libreriarizzoli.corriere.it
www.ultimabooks.it
www.speedybook.it
www.paolinitalia.it
www.submarino.thecopia.com
www.thefirstclub.net
www.unlibro.it
www.webster.it

Categories: giorgio levi

“Compra La Stampa, non ti sbagliare”

10 aprile 2012 Commenti disabilitati

E’ una domenica mattina d’estate. Ho sei anni e la mamma mi chiede:”Mi faresti una commissione?”. Prima di quel giorno non ero mai uscito di casa da solo, così la guardo a lungo prima di rispondere: “Sì mamma”. Mi mette in mano cinquanta lire: “Bravo bambino mio, prendi questi soldi, attraversi la piazza e vai all’edicola che c’è dall’altra parte e al giornalaio dici: vorrei La Stampa. Hai capito bene?”.”Sì, mamma”.

Abitavamo in piazza Risorgimento, scendo le scale a due a due, attraverso la strada, che allora era del tutto priva di traffico, e prima di correre come una lepre mi volto verso casa e vedo che mamma mi guarda sorridendo. Salto e corro sullo sterrato della piazza, veloce come il fulmine, alzando la polvere e ripetetendo ad alta voce: “La Stampa, La Stampa, La Stampa, La Stampa, La Stampa”. Il giornalaio è un signore anziano che mi conosce bene e mi tiene da parte tutte le settimane le figurine Panini.
Quando mi vede arrivare trafelato sorride: “Vuoi il giornale per papà e mamma?”.
Annuisco, muto gli mostro le cinquanta lire. Lui le prende, mi mette in mano il giornale e mi dice: “Ecco il tuo giornale, tienilo stretto ragazzo, non fartelo scappare!”.

Riprendo a correre a perdifiato e mamma è ancora sul balcone. Quando sono davanti al portone sventolo il giornale: “Mamma, mamma, ho La Stampa”.

Beh, ero stato un po’ ottimista.

Il resto di questa storia e molto altro si può leggere sul mio ebook “Volevo essere Jim Gannon” in vendita qui in formato .epub per chi usa iPad, iPhone e altri reader di questo tipo. Per chi ha un account su Facebook non è necessario registrarsi, si accede liberamente alla libreria e alla cassa si paga con carta di credito o PayPal.

Oppure si può scaricare da qui in formato mobi per chi usa Kindle di Amazon. Acquisto con carta di credito o PayPal.

Quelli che invece non possiedono nessun tipo di lettore di ebook, possono scaricarlo in formato .pdf da qui e leggerlo sul computer e volendo anche stamparlo come un normale documento. Si acquista con carta di credito o PayPal.

Il prezzo del libro è di 3,49 euro.

Categories: giorgio levi

La causa

25 marzo 2012 Commenti disabilitati

Questo è il capitolo 34 del mio ebook “Volevo essere Jim Gannon”. E’ il racconto della battaglia per far valere i miei diritti di lavoratore con La Stampa.

Capitolo 34

La causa

Il mio destino con La Stampa sembra segnato, entro ed esco dal giornale continuando a firmare numerosi quanto frustranti contratti a tempo. Dopo sette anni provo a chiedere l’assunzione definitiva. La risposta si ferma contro un muro, le porte si chiudono, iniziano i calci negli stinchi, per me non ci sono nemmeno più contratti di un mese. Me ne torno a casa, dopo sei mesi entro nello studio del migliore degli avvocati che apre un contenzioso con il giornale. L’avvocato mi dice : “Perderemo, quella è la Fiat, ma io non mi tirerò mai indietro”.

La causa procede lentamente, abbiamo qualche incontro, le porte restano serrate. La distanza incolmabile. Sono mesi molto duri, non ho più collaborazioni, stare a casa e vedere mia moglie che si alza alle sei del mattino per andare a lavorare mi dà un senso d’impotenza, mi sento in colpa, forse sono segnali di depressione. Passeggio nei giardini, non leggo più i giornali, non ho voglia di vedere amici. Ogni giorno, ogni ora sono concentrato sulla battaglia finale che verrà, non voglio perderla.

Mi viene in mente l’immagine che avevo visto in televisione di un generale israeliano nella guerra dei Sei Giorni. Era già un uomo anziano, piccolo e robusto, una roccia in maniche di camicia al fronte, il passo deciso nella sabbia del deserto. I soldati lo guardavano come se fosse il loro padre, certi che li avrebbe portati tutti in salvo. Ecco, mi sentivo quel generale, lo stesso spirito, dovevo convincermi che la durezza d’animo mi avrebbe fatto vincere. Un pomeriggio mi chiama l’avvocato: “Offrono dei soldi, li vuole?”. La risposta è fin troppo semplice: “Fino alla fine per il mio posto di lavoro”.
E’ autunno, squilla il cellulare, è l’avvocato: “E’ pronto Levi? Andiamo in tribunale, si comincia”. Sono udienze preliminari, non il processo, il giudice vuole capire. E’ una donna, non si perde una parola, annota, ascolta. Alla fine della riunione prende sottobraccio i dossier: “Ci vediamo tra un mese”.

Al secondo incontro il muro del giornale non s’incrina, offrono ancora denaro. Il giudice si alza, ci guarda e dice: “Avete ancora quindici giorni di tempo per mettervi d’accordo, poi andiamo al processo”.
E’ una assolata mattina di novembre quando torniamo al Palazzo di Giustizia. Il mio avvocato si è fatto accompagnare da altri due legali, ci sono io e c’è mia moglie. Il giudice domanda: “Avete raggiunto una intesa?”. E aggiunge la frase chiave, rivolta con tono duro ai legali del giornale: “Se il signor Levi ha lavorato per voi sette anni e gli avete rinnovato così tanti contratti qualcosa di buono avrà fatto, no?”.

L’accordo c’è, e dalla sera prima quando gli avvocati avevano limato le ultime asperità contrattuali. L’editore mi assume e io rinuncio all’anzianità accumulata negli anni precedenti. Il processo non ci sarà, niente aule di tribunale, i testimoni possono restare a casa. Dopo quasi 40 anni di attesa posso finalmente entrare a La Stampa.
L’accoglienza, il giorno dopo la firma dell’accordo, avviene ai piani alti dell’amministrazione di via Marenco. Ci siamo tutti, si sprecano le strette di mano, le firme, i sorrisi, un pranzo di benvenuto. Sembriamo vecchi amici.

A La Stampa, come in tutti i giornali, c’è il rito per i nuovi assunti del primo colloquio con il direttore. Lui dice qualcosa di benvenuto, augura buon lavoro, e due ore dopo morde già i polpacci al neo redattore. Per me il rito dovrebbe essere superato dai fatti, o almeno così spero. In realtà non è così. Il direttore Giulio Anselmi vuole vedermi ad ogni costo.
Così, il mio secondo colloquio con un direttore de La Stampa avviene 35 anni esatti dopo il primo. Per alcuni un tempo ragionevole. L’ufficio è il medesimo che era di Arrigo Levi. Anselmi è dietro la sua scrivania con gli occhi a fessura, le labbra serrate, i movimenti facciali ridotti ai minimi termini. Il solito modellino di Fiat 500 rossa d’epoca sul ripiano della libreria.
“Levi, entra”.
“Ciao direttore, come stai?”.
“Siediti”.
“Eccoci qui”.
“Vuoi che dica la verità?”.
“Sono qui per questo, direttore”.
“Io, fosse dipeso da me, fossi stato io a dover decidere, avessi potuto pensarci, non ti avrei mai assunto”.
“Certo, direttore”.
“E’ un giudice che lo impone all’azienda”.
“Lo so, ci siamo messi d’accordo, è andata così”.
“Ti mando alla redazione di Vercelli”.
“Ma che meraviglia, sono proprio contento”.
“Da oggi sei uno come tutti gli altri”.
“Questo sì”.
“Bene, se un giorno vuoi tirarti fuori da quel buco datti da fare”.

Il colloquio glaciale è finito. Mi alzo, mi aggiusto il nodo della cravatta porta fortuna che ho comprato anni prima allo spaccio del campus di Berkley, sorrido stretto ad Anselmi, che storta la bocca in una smorfia. Dopo anni di contratti a Torino, a dieci minuti da casa, mi ha destinato alla più sperduta delle province, nel mezzo delle risaie, perché paghi il prezzo della mia assunzione. Alla cattiveria non c’è limite, ma Faccia di Pietra Giulio Anselmi non sa che in 40 anni di fatiche, rincorse e battaglie non mi sono mai arreso.

all rights reserved © Copyright Giorgio Levi “Volevo essere Jim Gannon”
Simplicissimus Book Farm Editore
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Giornalisti? Un’altra pippa mentale

24 febbraio 2012 Commenti disabilitati

Ecco fatto. I giornalisti per infilarsi nella gabbia legislativa di Monti fingono di rivoluzionare il loro ordine professionale, leccando dove si può . Più o meno come gli architetti, gli ingegneri, i medici, i notai, gli avvocati. Lo vuole la legge sulle liberalizzazioni (tutte, eccetto i taxisti e i farmacisti). Ah, le lobby! Quella dei giornalisti vale zero, rispetto a quella del mio amico Gigi che fa il taxista. Ad ogni buon conto.

Questa era l’occasione per cambiare davvero un sistema vecchio e ammuffitto, in realtà il consiglio dell’Ordine ha mescolato un po’ di carte per lasciare tutto come prima. Come sarà la nuova casa dei giornalisti e come la vorrebbe Monti si può leggere qui.

Che cosa si poteva fare di meglio per dare l’idea che il tempo è passato e che anche i giornalisti lo capiscono? Intanto abolire l’Ordine. Fine delle trasmissioni. Mi ripugna pensarla come Vittorio Feltri, ma è così. Per scrivere e fare questo mestiere sono sufficienti la Costituzione e leggi dello Stato. Che per quanto non ci piacciano sono la migliore di tutte le garanzie di libertà e indipendenza. Si poteva chiudere lo sgabbiotto di Roma e ognuno per sè. A difendere la dignità della professione e i contratti di lavoro è sufficiente il sindacato.

La seconda opzione rivoluzionaria era cancellare finalmente e per sempre l’elenco dei pubblicisti. Vuoi mantenere l’Ordine professionale? Bene, vuoi fare il giornalista e iscriverti all’Ordine? Dimostra che tu di questo lavoro ci campi, porti a casa uno stipendio, ti mantieni la famiglia, la mamma, l’amante, o anche solo te stesso. E t puoi pagare la previdenza e l’assistenza. Questo è la figura professionale del giornalista. Che senso hanno ancora e per il futuro due elenchi? E’ normale che un avvocato che fa il suo mestiere e che rientra nel suo ordine professionale possa iscriversi allo stesso tempo a quello dei giornalisti? In Italia ci sono circa 150 mila giornalsti, di questi più della metà sono pubblicisti, la maggior parte dei quali non ha mai svolto un solo giorno questo lavoro e non si mantiene di questo. Ha senso? La risposta è fin troppo scontata. Era l’occasione buona per mandare a casa 30 0 40 mila inutili tesserati, che non giovano al bene di questa professione.

Cari pubblicisti che fate altri lavori, la tessera da giornalista non agevola più una beata mazza di nulla. I giornalisti non hanno sconti sui treni, sugli aerei, sui traghetti, al cinema, a teatro, non viaggiano nelle corse dei bus, non hanno abbonamenti di favore per la metropolitana. Tutto il resto sono pippe mentali. Quasi trent’anni fa a Torino si poteva entrare allo stadio gratis e parcheggiare l’auto sotto la tribuna centrale, adesso ti controllano anche le mutande.

Tutti a casa, sarebbe stato oggi il titolo migliore. Invece ci teniamo la fuffa. Che ci piace tanto.

P.S.A questo link di Quotidiano Piemontese è possibile vedere e ascoltare la registrazione di un dibattito che si è svolto a Torino l’altra sera su questo tema.

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Sono negli Anni Sessanta

17 febbraio 2012 Commenti disabilitati

Anni Sessanta, non i favolosi. I miei sessant’anni. Sono due giorni che scrivo 60 e provo ad immaginarmi questa età. Per quanto ne so, se in casa non avessi uno specchio o non esistessero le fotogallery su Facebook, potrei averne trenta o quaranta. Anche cinquanta. In realtà non posso nascondere il conflitto tra quanto dice la testa e quanto il fisico risponde. E qui i sessanta ci sono tutti.

Sono volati, davvero. Tutto sembra appena ieri. E invece il tempo fila via, più veloce della percezione che ne abbiamo. Noi pensiamo di camminarci insieme, in realtà lui non ci aspetta nemmeno, quando ci voltiamo a guardare e ci domandiamo dov’è, tutto è già passato. E’ così che va, e nessuno potrà mai farci nulla. Molti mi dicono di godermi questi anni perché in breve non ci saranno più. Lo so, ma non ci riesco, io non mi sono ancora costruito i quarant’anni, sono rimasto indietro, forse il tempo l’ho perso e non so nemmeno bene dove.

In un cassetto conservo il diario che mia mamma scrisse quando sono nato. E’ il mio luogo della commozione. Lo apro una volta all’anno, esattamente in questo giorno, e m’immergo nel passato ed è come se mi tuffassi in mare. E’ un quaderno scritto con la penna stilografica, il 17 febbraio nuoto in quelle parole azzurre e scolorite fino a raggiungere quel punto ormai così lontano da oggi. E’ la mia catarsi annuale, ogni volta più faticosa perchè il tempo non vuole essere ripercorso all’indietro, ma è l’unico modo che ho per rallentarlo dieci minuti.

Bon, anche questa volta è andata, posso cominciare a festeggiare i trent’anni.

Grazie a tutti per gli auguri, siate affamati (nel caso è impareggiabile il Testun stagionato) e felici (cercate la beatitudine in un pino di montagna ben resinato, da abbracciare è puro piacere fisico).

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Le balle degli editori

8 febbraio 2012 Commenti disabilitati

Oggi in edicola è l’ultimo giorno di Nord Ovest, il supplemento regionale de Il Sole 24 Ore. Il giornale di Confindustria chiude la redazione di Torino. Alberto Orioli (vicedirettore) scrive e titola: “Perché nasce Impresa & Territori”. Ma chi glielo ha chiesto? Il titolo giusto (come da scuola di giornalismo) era: “Oggi l’ultimo numero del Nord Ovest”. Questo era il titolo, il resto è excusatio non petita. In buona sostanza Orioli annuncia l’uscita di un nuovo fascicolo quotidiano nazionale che comprenderà notizie e fatti dalle regioni d’Italia. Ottimo, un giornale già molto ricco di notizie si arrichisce. Il dato di fatto però concreto è che una redazione torinese chiude i battenti. E che Torino perde quattro ottimi professionisti che emigreranno probabilmente a Milano. Ed è già una fortuna, seppure di enorme diasagio. Una redazione che chiude è sempre un impoverimento per la città. Lo è per chi lavora, per le imprese, per le associazioni, per i sindacati. Hai voglia a dire che il giornale sarà più completo, non è così.

Qualche settimana fa Rizzoli ha annunciato la chiusura di City, la freepress che a Torino aveva un redattore. Il segretario di Stampa Subalpina Comazzi ha scritto: “L’informazione in Piemonte, in questo avvio di 2012, sta pagando un prezzo altissimo alla crisi generale e alla carenza di strumenti per fronteggiare le difficoltà e sostenere il comparto dei mass media”. Prima lo stato di crisi a La Stampa e a Tuttosport, poi la fine di Epolis, e quella probabile della redazione di Telesubalpina che ha quattro giornalisti in cassa integrazione.

Il direttore de La Stampa Mario Calabresi ha annunciato (prima ai redattori, poi in articolo sul giornale) la mega ristrutturazione del quotidiano. Dal trasloco al nuovo sistema editoriale, alla ricerca di una crescita fondamentale su internet per garantirsi il futuro del giornale. Eccellente scelta, inevitabile ma coraggiosa. Un investimento in tecnologia che rivoluzionerà il lavoro del giornalista (almeno quello de La Stampa) e che dovrebbe incrementare le povere casse pubblicitarie. Servirà? Forse sì, in America la rivoluzione c’è già stata e ha dato i suoi buoni frutti. Potrebbe dunque essere la svolta tanto attesa.

Ma quello che nessun editore dice è quanto, come e in che tempi desiderano investire nelle risorse umane. Uomini e donne, e soprattutto ragazzi. L’unico settore che può dare garanzie di crescita. Da decenni non sento un editore che parli di assunzioni. Di tagli molto spesso, in genere coperti dalla tecnologia, dall’innovazione, dal lavoro di pochi sempre più sfruttati.

Purtroppo cari editori non è così che funziona. Le notizie, il fiuto per trovarle, la capacità di saperle scrivere bene, di raccontare le storie di tutti i giorni non sono una risorsa che si può trovare solo sulla rete. Ci vogliono gli uomini, quelli che al mattino si svegliano e pensano già al loro lavoro. Prima che premano il tasto che li fionda sui social network. Molto prima. E’ il cervello il motore, quello in rete non c’è, costa, deve essere pagato, ma è la miglior garanzia per fare i conti con il futuro.

Ecco, è tempo per gli editori di dirci quanto vogliono investire nel cervello dei loro e dei futuri giornalisti. So che non lo faranno mai, il resto però è fumo. E alla fine restarà molta cenere.

Categories: giorgio levi

Caro Monti, io ho cambiato 15 posti di lavoro

2 febbraio 2012 Commenti disabilitati

Caro Monti,
come sai mi piaci. Però. Questa storia che sarebbe così fantastico cambiare spesso posto di lavoro non è una gran figata, come direbbe qualche tuo ministro. Io per dire ne ho cambiati 15. Ben quindici testate giornalistiche. Mi sono divertito? Ma nemmeno per le palle, come direbbero altri tuoi ministri (mi adeguo a questo linguaggio governativo giovanilista).

Qualche volta ho scelto, ma molto di più ho perso il lavoro. E per una ragione o per l’altra ho faticato come un mulo sempre incazzato (come direbbe…) a ritrovarlo. Invidiavo i colleghi che venivano assunti in un giornale e ci rimanevano per 30 anni, facendo carriera, incrementando lo stipendio, la fissa (che è una faccenda che abbiamo nel contratto) e la liquidazione. Io con le liquidazioni che ho incassato una volta mi sono comprato una bicicletta.

Ecco premier mio, il posto fisso in questo Paese non è questione di noia, ma l’opportunità di poter vivere decentemente con la tua famiglia. Tu che adesso che puoi cambia le regole del mercato, le leggi che frenano l’occupazione, applica normative agli imprenditori che vengano allo scoperto e ci dicano se vogliono davvero far crescere l’occupazione. Più posti di lavoro certo per tutti, poi siamo anche disposti a uscire ed entrare dalle aziende con il sorriso sulle labbra. Forse.

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